
Trascorso il fatidico anno 1000 e passata la paura delle innumerevoli catastrofi temute per la fine del primo millennio, si assiste in tutta l'Europa occidentale ad una decisiva ripresa economica e culturale, definita "la rinascita dell'anno 1000".
L'introduzione di alcune innovazioni nell'agricoltura e nell'artigianato permise a gran parte dell'Europa di uscire dall'economia feudale di mera sussistenza. Si infittirono gli scambi commerciali e anche i traffici marittimi si accrebbero notevolmente.
Tutto ciò consentì all'Occidente di entrare stabilmente in contatto con il mondo orientale, sia bizantino che islamico. L'impero di Bisanzio era l'erede diretto del mondo classico greco-romano di cui continuava ad emanare la cultura; d'altro canto gli Arabi avevano già tradotto e studiato i più importanti testi degli autori greci, raggiungendo conquiste scientifiche importantissime nella medicina, matematica ed astronomia. Il loro immenso impero, che andava dalla Spagna alla Persia, rappresentava il tramite economico e culturale tra il lontano Oriente e l'Occidente.
Questi contatti rappresentarono un ulteriore fattore di crescita economica e culturale per la penisola italiana, avvantaggiata dalla posizione geografica di ponte tra nord Europa ed Oriente islamico. La sopravvivenza delle antiche tradizioni marinare romane, specialmente nelle zone dove più duratura era stata l'influenza della riconquista bizantina, consentì il rapido sviluppo dei traffici commerciali. Per questo soprattutto le popolazioni rivierasche furono le protagoniste della rinascita.
La Tuscia, terra di mezzo fra il meridione e l'Italia centro settentrionale, approfittò di questo periodo di rinascita generale e si inserì pienamente nello sviluppo economico del periodo.
La ripresa ebbe degli effetti dirompenti sull'assetto sociale e politico dell'Occidente. Come era già accaduto nell'età arcaica etrusca, nacque ben presto un ceto sociale nuovo, dinamico ed intraprendente composto da mercanti ed artigiani che mal sopportavano l'organizzazione e l'amministrazione di stampo feudale. Ciò provocò un progressivo abbandono dei feudi e del contado.
Il processo favorì l'inurbamento delle popolazioni e la rinascita delle città.
E' in questo momento storico che nasce e si radica profondamente nel popolo della Tuscia la tradizione mercantile, ancora oggi fortemente viva: il commercio infatti è il comparto del terziario maggiormente attivo.
Il fenomeno della rinascita delle città favorì quei centri posti lungo le antiche vie consolari romane che facilitavano gli spostamenti ed il commercio. Civita Castellana e Nepi sulla via Flaminia; Capranica, Sutri, Vetralla, Viterbo, Ferento, Montefiascone, Bolsena ed Acquapendente lungo la Cassia, Barbarano Romano, Norchia e Tuscania sulla via Clodia, Castel Sant'Elia, Civita Castellana, Fabrica di Roma, Gallese e Orte lungo la via Amerina, rappresentarono i principali centri di coagulo di attività e di interessi.
Da non dimenticare poi che parte dei tracciati antichi divennero segmenti della Via Francigena (o Romea), percorsa da milioni di pellegrini diretti a Roma, centro del mondo cristiano.
L'inurbamento e la liberazione dal sistema feudale coinvolsero alcuni centri rispetto ad altri, tra cui Tuscania che divenne sede episcopale. La diocesi di Tuscania fu istituita nel VI secolo: il primo vescovo di cui abbiamo notizia è Virbono, che partecipò al Sinodo romano del 595. Il territorio della Diocesi è descritto in una bolla dell'850, inviata da papa san Leone IV (847-855) al vescovo Virbono II. Nell' XI secolo Tuscania estese il suo controllo ad una serie di castelli, borghi e città da Orvieto fino alla Maremma, Tarquinia compresa. La città si arricchì dei monumenti romanici che oggi ne fanno un centro turistico di primaria importanza, opera di maestranze locali operanti sotto l'abile guida di maestri lombardi.
La nascita di una gerarchia tra i liberi comuni della Tuscia non fu un evento pacifico: in molti casi avvenne dopo operazioni militari, cruente e distruttive, che prevedevano la deportazione dei vinti e la totale distruzione delle città sconfitte.
Tra la fine dell' XI e l'inizio del XII secolo Viterbo attuò sistematicamente questa politica aggressiva ed, in breve tempo, dei centri minori posti al limite meridionale e occidentale della pianura viterbese come Ferento, Castel d'Asso, Norchia e forse San Giuliano (Marturanum), rimasero solo rovine. Altre città e castelli preferirono sottomettersi spontaneamente al dominio viterbese come Bagnaia, Celleno, Bomarzo, Soriano nel Cimino, Vetralla, e Montefiascone. Solo Vitorchiano oppose una strenua resistenza e riuscì a mantenere la propria indipendenza grazie all'appoggio di Roma, che cominciava a guardare con sospetto la politica espansionistica dei viterbesi.
Nel 1164, Federico I "Barbarossa" ratificò la situazione di preminenza di Viterbo nella Tuscia, innalzandola al titolo di città e le riconobbe le conquiste territoriali compiute. Più tardi, nel 1192, Cristiano di Magonza, legato imperiale in Italia, confermò i privilegi aggiungendo il diritto di battere propria moneta. Infine arrivò anche il riconoscimento indiretto del Papa che spostò la sede episcopale da Tuscania a Viterbo (1183).
Ma l'impulso decisivo all'espansione di Viterbo venne dalla elezione della città a sede pontificia da parte dei Papi. Roma, in quei secoli, era lacerata da continue lotte tra le famiglie nobili, che avevano generato una situazione di confusione e di violenza. L'Urbe inoltre, era ormai ridotta all'ombra di se stessa: si calcola che la città eterna non contasse più di 15.000 abitanti e vasti quartieri all'interno delle mura aureliane erano adibiti ormai a pascolo.
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