
Le foreste degli Etruschi
Alla fine del IV secolo a.C. il console di Roma Quinto Fabio Rulliano, in avanzata con le sue legioni alla conquista dei territori etruschi, trovò serie difficoltà in corrispondenza di un ostacolo naturale: la Silva Cimina, una foresta impenetrabile e fitta dove in un facile agguato le sue legioni sarebbero state sopraffatte. Intuendo il pericolo mandò in avanscoperta degli esploratori, le fonti parlano addirittura del figlio, con il compito di individuare un percorso rapido e sicuro su cui far marciare i soldati. Nell'attesa del lavoro degli esploratori, egli fu costretto ad attendere a lungo, forse mesi, prima di scoprire il passaggio che lo avrebbe condotto nel cuore dell'Etruria.
La grande selva che tanto spaventò i Romani è oggi quasi del tutto scomparsa: è possibile però farsi un idea di come fosse osservando i boschi che rivestono le pendici del Monte Fogliano (965 metri), alle spalle di Vetralla, sul versante meridionale del vulcano di Vico. Un fitto bosco, composto prevalentemente da cerri ad alto fusto (Quercus cerris), carpini (Carpinus sp.), castagni (Castanea sativa), noccioli (Corylus avellana) e faggi (Fagus sylvatica), riveste di un folto manto verde questi rilievi, costituendo un ambiente boschivo di alto valore naturalistico ed economico: importante la produzione di legname da costruzione (faggio e castagno) e da combustione (faggio e quercia), molto ambiti i prodotti del sottobosco, in particolare funghi e frutti di bosco.
Le pendici dei rilievi cimini e vicani sono ricoperte da una vegetazione legata alla facies forestale-continentale, ad un clima cioè relativamente fresco ed umido, in cui prosperano esemplari di faggio, rovere e carpino. La presenza di specie legate ad una forte umidità è favorita, più che dalla piovosità annua, dalla ritenzione idrica del sottosuolo: il tufo e le altre rocce vulcaniche, assai porose, trattengono rilevanti quantità d'acqua e ciò favorisce lo sviluppo della vegetazione anche in periodi "asciutti", come l'estate e l'inverno.
Estese aree boscate caratterizzano tutto il territorio della provincia di Viterbo: oltre a quelle ricordate, quelle attorno al lago di Bolsena e quelle presenti all'interno delle Riserve Naturali di Monte Rufeno e della Selva del Lamone. Meno estese, ma non meno importanti dal punto di vista vegetazionale, le aree boscate presenti lungo il corso del Fiora, del Mignone, del Treia.
I prodotti di un ricco sottobosco
L'integrità e la naturalità di alcuni ambienti sono mostrati, come nel caso del bosco, dalla presenza di piante indicatrici dello stato di "salute" dell'ambiente. Nelle numerose e talora impenetrabili aree boscate della Tuscia troviamo infatti numerose essenze che denotano la naturalità dei luoghi: tra queste le gustose fragoline di bosco (Fragaria vesca) e diverse specie di funghi e licheni.
Il sottobosco è particolarmente ricco di funghi prelibati: tra di essi diverse specie di boleti, tra cui gli squisiti Boletus edulis ed aureus (i porcini), i galletti (Cantharellus cibarius), l'Ovolo buono (Amanita caesarea).
In alcune zone si pratica la raccolta dei tartufi in aree appositamente dedicate e riservate ai residenti, soprattutto nei querceti.
Ricordiamo che la raccolta dei funghi e dei tartufi è riservata ai possessori di appositi tesserini rilasciato al termine di un corso di formazione. Raccomandiamo di osservare il divieto di usare uncini e rastrelli per la ricerca dei funghi, nonchè l'obbligo di trasportare quelli raccolti in ceste di vimini, non in buste o contenitori di plastica, per facilitare la disseminazione delle spore.
Tra gli altri prodotti del sottobosco ricordiamo gli squisiti asparagi (Asparagus acutifolia e A. tenuifolia), ottimi per risotti, frittate e puree; o le more di rovo (Rubus sp.) la cui difficile raccolta è compensata dal sapore pieno e dolce, ideali per marmellate e dolci gelato, squisite sciroppate o per aromatizzare liquori. Molti sono poi i frutti selvatici che molti non conoscono, sapori di un tempo antico che oggi si vanno riscoprendo: ricordiamo i frutti del corniolo o crognolo (Cornus mas), rossi, aspri e dissetanti; le dolci e tenere ciliege di mare o corbezzoli (Arbutus unedo), arbusto tipico della vegetazione mediterranea; o la nespola selvatica, quella nostrana (Mespilus germanica), arbusto anch'esso tipico della flora mediterranea dal sapore di mela cotta. Non sono in fondo lontani i tempi in cui, complici la povertà e la fame, tutti i frutti della terra erano delle vere e proprie prelibatezze. Oggi una cucina forse troppo sofisticata ed alla ricerca continua di sapori nuovi, va riscoprendo con soddisfazione i cibi genuini.
Un detto popolare recita "tempo di carestia, pan di veccia", a ricordare come si potessero fare frittelle con i legumi più poveri (in questo caso Vicia cracca), oggi destinati al foraggio animale: si mangiavano anche le ghiande (frutti del genere Quercus), o le faggiole (frutti del faggio, Fagus sylvatica); si tostavano le radici della cicoria o delle primule per ricavarne estratti simili al caffè; si fumavano la vitalba o il farfaraccio.
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