
Boschi di cerri, ruscelli, rocce di pietra vulcanica scavate dalle acque e dalla mano dell'uomo, ruderi d'età etrusca e mura medievali, altari di riti pagani, una qualità ambientale tra le più elevate d'Italia: un'escursione nel territorio di Bomarzo riserva una scoperta dopo l'altra, spesso a pochi passi l'una dall'altra.
Indice
L'area protetta | Sotto i nostri piedi: aspetti geologici e paesaggio | Il verde intorno a noi: la vegetazione | Tanti occhi ci guardano: gli abitanti del bosco | L'Uomo e il territorio: una lunga storia | Il "Dentro", il Borgo ed il Sacro Bosco | Prodotti tipici e tradizioni locali | Come raggiungere Bomarzo
Istituita nel 1999, si estende per 285 ettari nel territorio del comune di Bomarzo (Viterbo). La sua gestione è affidata all'Amministrazione Provinciale di Viterbo, mentre il Comune di Bomarzo ha l'importante e delicato compito di farne conoscere il valore naturalistico e culturale senza attirarvi il turismo di massa.
Ciò che rende l'area protetta di Monte Casoli un gioiello della nostra regione è la contemporanea presenza di importanti valori ambientali e di numerose testimonianze archeologiche. Tra la folta vegetazione e le rupi vulcaniche a picco sui corsi d'acqua sono infatti visibili aree di necropoli etrusche e romane, abitazioni scavate nella roccia, altari rupestri.
Sotto i nostri piedi: aspetti geologici e paesaggio
L'aspetto attuale del territorio è il frutto dell'azione del vicino complesso vulcanico Cimino, attivo tra 1.350.000 e 800.000 anni fa, caratterizzata dalla fuoriuscita di lave viscose acide dalle fratture della crosta terrestre che hanno dato luogo a dei rilievi spesso assai ripidi. Gli strati di materiale vulcanico, compattandosi, hanno formato i tufi ed i peperini caratteristici dell'area: questi strati sono stati scavati dall'azione erosiva delle acque, soprattutto in seguito allo scioglimento dei ghiacci nei periodi postglaciali, così in profondità da portare di nuovo alla luce le sottostanti argille plioceniche. Così sono nate le forre, presenti in gran parte del territorio della Tuscia, profonde valli racchiuse da alte pareti verticali di roccia, sul cui fondo scorrono numerosi corsi d'acqua. Ricordiamo i fossi di Santa Maria di Monte Casoli, del Serraglio, di Santa Maria ed quello con maggior portata, il Vezza, che sfocia nel Tevere. Il paesaggio si presenta quindi come un'alternanza di aree boscate, pianori un tempo tenuti a pascolo, aree destinate a coltivazioni, valli più o meno profonde.
Il verde intorno a noi: la vegetazione
Il passato geologico del territorio ha determinato una serie di ambienti molto diversi tra di essi: a campi coltivati e boschi si alternano assolati ed ampi pianori, incisi spesso da profonde ed ombrose forre. Caratteristica di una geomorfologia tale è l'inversione microclimatica, fenomeno che vede la temperatura delle forre e delle valli più bassa degli assolati pianori, a fronte di un'elevata umidità. Prova di questa caratteristica climatica è l'inversione altimetrica della presenza di due querce, il leccio ed il cerro. I versanti meno assolati delle colline e le fasce meno profonde delle forre rivolte a nord, ospitano una copertura forestale di cerro (Quercus cerris), presente dunque a quote inferiori rispetto al leccio (Quercus ilex). Questa è una specie mediterranea tipica delle zone meno elevate, calde e poco piovose, che vive bene abbarbicata sui versanti tufacei esposti a sud, alla sommità delle pareti rocciose. Questa varietà di ambienti e di paesaggi e, di conseguenza, di differenti microclimi, determina una forte differenziazione tra le specie vegetali presenti. Nel microclima umido e fresco delle forre prosperano il cerro, il carpino, numerose felci. Tra di esse la felce setifera (Polysticum setiferum), la scolopendria (Phyllitis scolopendrium), gli Asplenii trichomanes ed onopteris, l'erba ruggine (Ceterach officinarum), il capelvenere (Adiantum capillus-veneris) ed il Polipodio sottile (Polypodium interjectum), creando ambienti particolarmente suggestivi. Compongono la vegetazione ripariale i salici bianchi, gli ontani ed i pioppi neri, così fitti da costituire a volte la copertura "a galleria" dei corsi d'acqua. Sui pianori tufacei, dal clima più caldo ed asciutto, è presente una vegetazione detta appunto xerofila, con piante di tipo "mediterraneo": nei prati, oggi raramente destinati a pascolo, in primavera si può assistere ad una coloratissima fioritura di orchidee spontanee fra cui Orchis morio, Orchis papilionacea, Orchis provincialis, Serapias lingua, Serapias vomeracea, Limodorum abortivum e Dacthylorhiza romana, specie protetta nel Lazio. Altre piante molto rare e protette sono la Linaria purpurea ed il Sedum caespitosum, specie erbacee che crescono sugli affioramenti di tufo, nelle zone più assolate. Su questi pianori sono presenti piccoli boschetti di roverella (Quercus pubescens), che si alternano ad una vegetazione arbustiva formata soprattutto dalle ginestre Spartium junceum e Cytisus scoparius, dai cisti, Cistus salvifolius e Cistus incanus, insieme a specie spinose come il prugnolo, Prunus spinosa, il biancospino, Crataegus monogyna, il rovo, Rubus sp., la rosa selvatica, Rosa canina ed il pero, Pyrus amygdaliformis. La predominanza di specie "spinose" è caratteristica dei territori in cui sono state lasciate pascolare a lungo greggi e mandrie: al morso degli erbivori possono resistere, e non sempre, solo piante con robuste spine o sapore pessimo. Nel sottobosco è frequente incontrare il il pungitopo, Ruscus aculeatus. Da segnalare la presenza della Quercus virgiliana, maestoso albero dalle foglie fortemente lobate, specie rarissima nel Lazio. Una foglia, assieme alla silouette del borgo medievale, è al centro del logo dell'area protetta. Un recente studio delle caratteristiche ambientali della nostra regione ha evidenziato come l'ambiente del territorio di Bomarzo sia tra i più incontaminati: lo testimonia la presenza di determinate specie di licheni. Nei boschi della Riserva è raro osservare alberi di grandi dimensioni, dato che si sono effettuati tagli boschivi fino a poco tempo prima dell'istituzione dell'area protetta.
Meritano di essere ricordate e visitate altre aree forestali in cui è possibile incontrare le tracce dei loro numerosi abitanti e testimonianze del passato: sepolcri, chiese, altari rupestri. Tra queste i boschi:
- "del Serraglio", nei pressi di Monte Casoli, con l'altare rupestre a forma di cubo detto Sasso Quadro ed alcuni sepolcri con iscrizioni d'età romana;
- "di Santa Cecilia" con i resti dell'area sacra e cimiteriale paleocristiana, saccheggiate negli anni '70 dello scorso secolo;
- "di Martino", ai piedi del paese, con acquedotti, canalizzazioni e la chiesa di Santa Maria della Valle: l'edificio è caratterizzato da un portico ad otto colonne, forse attribuibile allo stesso Vicino Orsini (vedi oltre).
Tanti occhi ci guardano: gli abitanti del bosco
La forte ripidità delle pareti vulcaniche determina il crollo di grossi blocchi di roccia tra i quali trovano rifugio molti animali. La loro permanenza è favorita inoltre dalla scarsa presenza dell'uomo e dall'abbondanza di cibo ed acqua: la pioggia penetra facilmente tra la roccia vulcanica, porosa, fratturata e permeabile, tornando alla luce molti metri più in basso in corrispondenza degli strati di impermeabili d'argilla. Sono numerosi gli animali che abitano il territorio. Fra i mammiferi il cinghiale, la volpe, la martora, la faina, la puzzola, la donnola, il tasso, la lepre, roditori come l'istrice, lo scoiattolo, il moscardino, il topo selvatico dal collo giallo, il topo selvatico, l'arvicola di Savi, l'arvicola rossastra e fra gli insettivori, il riccio, la talpa ed il toporagno comune. Numerose le specie di uccelli, la cui presenza è favorita dalla folta vegetazione, dagli anfratti, dalle antiche rovine. Nella notte si appostano, in cerca di piccole prede come topolini o anfibi, rapaci come il gufo, l'allocco, il barbagianni. Fattosi giorno, altri rapaci sono in caccia: alta nel cielo o appostata su un ramo la poiana; tra la vegetazione lo sparviero; frequenti gli avvistamenti del gheppio, facilmente riconoscibile mentre, sospeso a mezz'aria e muovendo velocemente le ali, effettua lo spirito santo dopo aver avvistato una probabile preda. Tra gli alberi volano il picchio verde, in cerca di insetti nei tronchi degli alberi morti, ed il rigogolo. La ghiandaia è la sentinella del bosco ed emette il caratteristico allarme quando ci inoltriamo nella vegetazione. Tra le rovine nidifica il colombaccio; nelle radure appare l'upupa, dal caratteristico verso che le dà il nome. Tra i rettili sono diffuse diverse specie di lucertole, il veloce ramarro, i piccoli orbettino e luscengola. Oltre ad essi numerosi serpenti, tra cui il verde biacco, i lunghi cervone e saettone. Talora a caccia immersa nelle pozze d'acqua vediamo la biscia dal collare; più raro incontrare la vipera. Importante indicatore dell'alta naturalità dell'area è la presenza del granchio di fiume nel Vezza.Tra le presenze più rare si segnala la presenza tra gli anfibi di una comunità di Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata), animale protetto e a rischio di estinzione.
L'Uomo e il territorio: una lunga storia
Oggetti in pietra e terracotta testimoniano la più antica presenza dell'uomo in questa zona. Come in gran parte del Lazio settentrionale le alte e ripide pareti di roccia vulcanica hanno spesso rappresentato un'ottima protezione, tanto da facilitare la nascita di piccoli villaggi, sin dall'età del Bronzo (III-II millennio a.C.). E' però con il periodo etrusco che iniziamo a vedere le maggiori testimonianze architettoniche della presenza antica: cunicoli, tombe, mura in pietra e resti d'abitazioni costituiscono oggi una romantica attrazione per l'escursionista, nascoste dalla vegetazione, mangiate dal tempo. Sono le innumerevoli cavità scavate nel tufo ad incuriosire il visitatore: tombe, abitazioni, stalle, ripostigli, alcune delle quali oggi rifugio per le greggi o per i tanti animali selvatici. E sono proprio le necropoli a raccontarci un passato, quello etrusco, fatto di splendore e di raffinatezza culturale come quella testimoniata dai numerosi reperti archeologici rinvenuti: tra questi gli specchi in bronzo del cosiddetto Maestro di Bomarzo, numerose ceramiche, di produzione attica, falisca, orvietana e ceretana. I nuclei principali di necropoli sono stati individuati lungo le valli dei fossi Orseta e Ferrucciara, a Pianmiano e Pian della Colonna. Le tombe più famose sono la Grotta della Colonna e la Grotta Dipinta, con pitture parietali d'ispirazione tarquiniese, in cui è stato scoperto il sarcofago di Vel Urinates, nobile etrusco, oggi conservato a Londra. I centri etruschi della zona prosperarono soprattutto tra la fine del VI e la seconda metà del IV secolo a.C., e grazie all'ottima posizione geografica: a controllo dei principali assi di comunicazione terrestre e fluviale della valle del Tevere, di quelli stradali colleganti l'Etruria costiera con la valle tiberina, il territorio falisco e da qui verso il santuario federale di Volsini (Orvieto), l'Etruria interna (Chiusi), i territori Osco umbri, l'Appennino e l'Adriatico. L'unico insediamento etrusco individuato con certezza è a Monte Casoli: ne restano solo pochi tratti di mura, forse appartenute ad una fortificazione databile al IV secolo a.C., che ha subìto modifiche ed ampliamenti in età medievale. E' nei pressi di Bomarzo, sulla riva destra del Tevere, sulle sponde di un lago oggi prosciugato, il Vadimone, che avvenne nel 283 a.C. la sconfitta delle truppe federate etrusche di Volsinii, Tarquinia, Caere e Vulci e dei loro alleati Galli da parte dei Romani: da qualla data i territori vennero conquistati e le legioni romane si aprirono la via verso la "capitale" religiosa e morale della nazione etrusca, Volsinii, l'odierna Orvieto. L'area di Bomarzo in età etrusca fu proprio sotto il suo controllo politico e ne seguì per questo lo stesso destino, fino alla conquista romana. In seguito ad essa, come accaduto a molti centri etruschi, lo spostamento delle principali vie di comunicazione operato dal genio militare romano e dovuto al nuovo assetto stradale, porta al declino della zona, presto "colonizzata" a scopi agricoli. Nelle fertili terre degli Etruschi ora vengono fondati insediamenti agricoli e costruite grandi ville rustiche di ricchi proprietari terrieri romani. A differenza di molti altri centri etruschi sembrà però che Bomarzo abbia mantenuto per un certo tempo una relativa importanza politica, riuscendo a mantenere dei propri magistrati. Testimonianza dell'età romana, oltre ai ruderi degli insediamenti agricoli, sono rare epigrafi ed alcuni seplocri a colombario sparsi nel territorio.
Nella zona di Santa Cecilia, raggiungibile appena usciti dalla superstrada Orte Viterbo, è testimoniata la presenza di un'antico luogo di culto paleocristiano, con annesso il cimitero della piccola comunità.
La caduta dell'Impero Romano (476) fa piombare il territorio romano nel caos politico ed amministrativo: ne approfittano i popoli Goti che danno ben presto vita a dei regni "romano-barbarici" che conservano sostanzialmente l'unità territoriale romana. Il limite meridionale della colonizzazione gotica nella Tuscia ricalca quello che era stato centinaia di anni prima il confine tra Romani ed Etruschi: la catena dei Monti Cimini, con le foreste impenetrabili, e quella dei Sabatini. Le distruzioni ed i saccheggi operati dai barbari inducono gli abitanti della Tuscia a rioccupare quei siti naturalmente fortificati che, dopo l'età del Bronzo, gli Etruschi avevano abitato fin dall'VIII secolo a.C. e che la pax romana aveva fatto abbandonare. Nascono così i caratteristici borghi medievali fortificati che ancora oggi impreziosiscono la provincia di Viterbo. In questo secolo Bomarzo viene raggiunta dai Goti di Totila che osano persino malmenare il vescovo Anselmo: il sant'uomo invoca l'aiuto del Signore che, raccontano gli antichi autori, fa morire improvvisamente i soldati autori dell'oltraggio. Nel 568 un nuovo popolo del nord invade l'Italia tirrenica, i Longobardi. La occuperanno fino a quando essa sarà liberata dall'esarca di Ravenna Romano e definitivamente annessa nel Patrimonio di San Pietro, primo nucleo del futuro Stato della Chiesa, a seguito della celebre donazione di Sutri. A causa di quest'insicurezza e della vicinanza della valle del Tevere, vera e propria autostrada dell'antichità, sull'altura dell'odierna Bomarzo sorge un centro militare difensivo, la medievale Polimartium, citata per la prima volta dallo storico Paolo Diacono. Dall'antico nome, corrotto nei secoli, è derivato l'attuale di Bomarzo, forse legato a Marte, divinità della guerra e della forza. Bomarzo, sede vescovile fino al 1000, diviene in seguito feudo viterbese.
Il "Dentro", il Borgo ed il Sacro Bosco
Delle numerose famiglie nobili e meno nobili che si contesero ed alternarono al possesso del territorio di Bomarzo, la Orsini è quella che certamente ha lasciato l'impronta più profonda. E tra i vari esponenti della nobile casata un posto di rilievo spetta a Pier Francesco, detto "Vicino", signore di Bomarzo e Penne in Teverina (1512?-1583), uomo colto, amante dell'arte e dell'esoterismo che, disgustato dalle violenze della guerra si ritirò a Bomarzo dove diede luogo alla riorganizzazione dell'antico abitato ed alla costruzione del "Sacro Bosco" alle sue pendici. Oggi chiamato impropriamente Parco dei Mostri per scopi meramente turistici, era in realtà un giardino delle delizie, ricco di opere d'arte innovative e meravigliose, immerse nelle sinuose architetture verdi di un giardino all'italiana. In esso è situato un tempietto in cui riposa la moglie di Vicino, Giulia Farnese. Destano ancora oggi stupore, per dimensioni o particolarità, numerose strutture del Sacro Bosco raffiguranti statue gigantesche, animali esotici, improbabili costruzioni in pendenza, sculture talora ricavate in enormi massi di roccia vulcanica, modellati e scolpiti secondo la fantasia di Vicino. Purtroppo l'erosione della pietra e restauri maldestri hanno contribuito al deterioramento parziale di queste opere d'arte.
Anche nel centro storico di Bomarzo ne sono ben visibili gli interventi: l'antica rocca medievale ricevette le prime attenzioni alla fine del '400 dal duca Gian Corrado Orsini, poi appunto dal figlio Pier Francesco detto "Vicino". Sulla monumentale facciata del castello sono scolpite le sue iniziali e la data del 1583, assieme al simbolo ricorrente della rosa orsiniana. La struttura è decorata da stemmi, motti, volti grotteschi, ricavati da elementi architettonici in pietra vulcanica. All'interno del palazzo sono presenti numerose ampie e panoramiche sale affrescate, spesso degno scenario per mostre d'arte d'importanza internazionale. Dagli Orsini il Palazzo ed i possedimenti sono passati nelle mani dei Lante e dei Borghese. Nel racchiuso centro storico, interdetto alle autovetture, detto dai locali il dentro, la cupa e grigia pietra di peperino è ingentilita da archetti, decorazioni, grate, spesso impreziosite da generose fioriture dei gerani. Tra le case più esterne si aprono improvvisamente dei suggestivi scorci panoramici sulle vallate sottostanti e verso la Riserva di Monte Casoli.
Consigliamo di visitare la cinquecentesca Piazza del Duomo, con la chiesa dedicata a Santa Maria Assunta, di fondazione paleocristiana ed impianto romanico, come testimoniato dal campanile, ma ristrutturata in forme rinascimentali nel 1546 da Giulia Farnese, mentre il consorte combatteva nelle Fiandre. La facciata presenta due gradinate d'accesso "a ferro di cavallo". All'interno sono conservate le spoglie di Sant'Anselmo, patrono del paese, racchiuse in un sarcofago romano del III secolo. Nel centro storico meritano una visita anche l'Oratorio di Sant'Anselmo ed il palazzo ospitante il Comune, ala di Palazzo Orsin
i e fino a pochi decenni fa caserma dei Carabinieri. Intorno al XIV secolo un incremento demografico porta all'espansione dell'abitato di Bomarzo: nascono, alle pendici di questo, il "Borgo", lungo l'attuale Via della Misericordia ed in seguito il "Poggio", su un'altura prospicente la Bomarzo più antica. Nel rione Borgo sono presenti la Chiesa della Madonna della Valle e quella della Misericordia, nel rione Poggio la Madonna delle Grazie ed una cappella del 1700. Anche il borgo fortificato di Chia, in territorio di Soriano ma proprietà del Comune di Bomarzo, è legato alla famiglia Orsini: fu oggetto di scambio tra Vicino ed il fratello Maerbale per il possesso del centro di Penne in Teverina. Negli anni '60 dello scorso secolo fu acquistato dallo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini che qui si ritirava a riposarsi e scrivere.
Prodotti tipici e tradizioni locali
Un passato nobile come quello descritto non può non aver lasciato tracce indelebili nella cultura e nelle tradizioni locali. Nella divisione in rioni del territorio comunale è possibile vedere l'ispirazione del passato medievale e rinascimentale: evocazioni storiche che prendono corpo in occasione del Palio di Sant'Anselmo (in maggio), con numerose dispute, giochi e gare d'abilità. La contesa è aspra tra il rione "Dentro", dalle insegne giallo-nere, il rione "Borgo" con i colori rosso-azzurro, il rione Poggio verde-giallo-oro, il rione Croci bianco e rosso, il rione Madonna del Piano rosa-nero. Durante i vari festeggiamenti le case sono addobbate da bandiere e stendardi dei rispettivi colori.
Ricchissima la tradizione gastronomica: pasta fatta in casa, carni locali alla brace e dolci con nocciole e miele, conditi dall'ottimo olio d'oliva extravergine e dal generoso vino locale. Caratteristico il Biscotto di Sant'Anselmo, prodotto tipico.
Negli ultimi anni si assiste alla nascita di attività di produzione agricola integrata e biologica, i cui prodotti sono sempre più richiesti.
Come raggiungere Bomarzo
Da nord: autostrada A1, casello di Attigliano da sud: autostrada A1, casello di Orte, superstrada Orte-Viterbo direzione Viterbo, uscita di Bomarzo Con strada statale da Roma: SS2 Cassia sino a Vetralla, superstrada Orte-Viterbo direzione Orte, uscita di Bomarzo.
Come arrivare nell'area protetta
L'area protetta può essere raggiunta con la stessa strada che conduce al Parco dei Mostri ed oltrepassandone l'ingresso: una strada non asfaltata porta, dopo alcuni chilometri, al cuore della riserva, la suggestiva chiesetta di Santa Maria di Monte Casoli. Consigliamo di posteggiare l'auto prima di intraprendere la ripida salita all'edificio. Un sentiero conduce alla sommità del pianoro, si inoltra nel fitto bosco e, costeggiato il vicino corso della Vezza, torna alla chiesa.
Testo tratto dalla cartina informativa della Riserva Naturale Regionale di Monte Casoli di Bomarzo (a cura di Andrea Sasso - Comune di Bomarzo - Provincia di Viterbo, Assessorato Ambiente, 2004)
Per informazioni generali: vedere il sito internet (link esterno) www.parchilazio.it
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