
La costituzione del Ducato di Castro e Ronciglione ad opera di papa Paolo III Farnese il avviene nel 1537, rappresentò la base di questa ardita famiglia, d'origine altoviterbese, per assicurasi il domino sui territori della Chiesa e successivamente su quelli della Lombardia, attraverso il Ducato di Parma e Piacenza.
Il Ducato di Castro comprendeva un territorio delimitato tra i fiumi Fiora e Marta, il lago di Bolsena ed il Mar Tirreno: vi erano annessi il Ducato di Latera e, sui Monti Cimini, la Contea di Ronciglione.
Il piccolo stato nello stato ebbe come capitale una suggestiva cittadina arroccata su un'alta rupe tufacea, già sede etrusca: nonostante il primo duca, Pier Luigi Farnese figlio di Paolo III, si adoperò per realizzarvi dei palazzi e una cattedrale, pavimentandovi le strade, non si elevò mai al disopra di una piccola cittadina.
Il primo nucleo del Ducato fu realizzato con i possedimenti della moglie di Pier Luigi, Girolama Orsini, che portò in dote i castelli di Cellere e Pianiano.
Visse un'esistenza breve, poco più di 110 anni, posto in ombra dal centro più raffinato e colto di Parma.
Per 10 anni i Farnese si alternarono tra i il Ducato di Castro e quello di Parma e Piacenza: divenuto Duca di Parma, Pier Luigi cedette Castro al figlio Ottavio: a sua volta, una volta succeduto al padre al governo di Parma, passò al fratello Orazio il Ducato di Castro.
Morto Orazio senza prole il Ducato di Castro torna ad Ottavio.
Il successivo duca è Alessandro, figlio di Ottavio, grande mecenate e cardinale già all'età di 15 anni: il giovane cardinale, che governava il ducato di Castro sin dalla morte dello zio Pier Luigi, malgrado gli sforzi non riuscì mai a divenire papa.
Il declino dei Ducati inizia con Ranuccio I, figlio di Alessandro: i Farnese infatti, già dalla costituzione dei loro domini, avevano contratto numerosi debiti che crebbero a dismisura con il succedersi dei vari duchi.
Con la successione di Odoardo al padre Ranuccio I, si perpetua una gestione dei possedimenti poco lungimirante: ne è testimonianza la scellerata dichiarazione di guerra mossa alla Spagna senza neanche avvertire il pontefice Urbano VIII, il quale riuscì comunque a risolvere la situazione diplomaticamente.
I debiti dei ducati nel frattempo aumentarono paurosamente tanto che i familiari di Urbano VIII, i Barberini, intravidero la possibilità di entrare in possesso del Ducato rilevandolo in forza delle sue pendenze: quest'affronto non piacque al duca Odoardo che mise in atto una serie di maldestre iniziative riuscendo nuovamente a scatenare l'ira del Papa. Urbano VIII lo scomunicò movendo guerra al piccolo stato. Malgrado la capitolazione di Castro, tramite l'interessamento personale del Re di Francia, imparentato con i Farnese, Odoardo riuscì ad ottenere lo scioglimento dalla scomunica e a firmare un trattato di pace con il Papato.
Alla morte di Odoardo, avvenuta nel 1646, gli succedette il figlio sedicenne Ranuccio II che ereditò oltre ai debiti preesistenti anche quelli dell'inutile guerra intrapresa dal padre.Durante le trattative tra il Ducato e il Papato per la nomina del nuovo vescovo di Castro, si scatenò l'irreparabile. Alla morte di Urbano VIII salì al soglio pontificio Giovan Battista Panfilij, col nome di Innocenzo X.
La famiglia del pontefice era quella che vantava più crediti nei confronti dei duchi di Castro: il papa nominò vescovo Cristoforo Giarda senza consultare Ranuccio II: questi, irritato dall'esserne stato escluso, dispose di impedire l'accesso al nuovo prelato. A sua volta il pontefice ordinò al povero vescovo di prendere possesso della sua diocesi: diretto da Roma a Castro, nelle vicinanze di Monterosi, venne barbaramente ucciso da alcuni sicari. L'ira del Pontefice e lo stupore dell'opinione pubblica furono enormi e l'assassinio rappresentò per Innocenzo X un valido motivo per eliminare l'autonomia raggiunta dal Ducato all'interno dei possedimenti della Chiesa. Ordinò quindi ordine al Governatore di Viterbo, Giulio Spinola, di istruire un processo che stabilì la responsabilità diretta dei Farnese: da qui scaturì la decisione di attaccare il Ducato.
Malgrado gli sforzi di Ranuccio II Castro capitolò il 2 settembre 1649 e, con accanimento inspiegabile, otto mesi dopo il Papa ne ordinò la totale distruzione: edificio dopo edifico, tutti furono demoliti, ivi compresa la chiesa principale, la Zecca, le abitazioni gentilizie. Sui resti della cittadina si narra che fu gettato del sale affinché nulla potesse più ricrescervi.
Oggi, Castro si presenta assai simile ad altri centri abbandonati della Tuscia: un'alta rocca tufacea in cui lacerti di mura, pietre lavorate e gli ingressi di ambienti sotterranei sono avvolti suggestivamente dal una vegetazione lussureggiante.
All'inizio del sentiero che dal parcheggio e dalla piccola chiesa porta all'antica città, un masso tufaceo recita: "Qui fu Castro".
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