
La "donazione" dei territori della Tuscia al pontefice da parte dell'imperatore Carlo Magno, fu un atto formale di enorme importanza, ma di fatto non rappresentò l'immediata costituzione del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia inteso come un territorio omogeneo ed amministrato dal potere pontificio.
Durante il IX ed il X secolo si assiste alla profonda crisi dell'Urbe, travagliata da lotte intestine tra le famiglie nobili, a quella dell'impero carolingio, che finì per disgregarsi lasciando il posto al Sacro Romano Impero Germanico.
e all'inizio della lotta per le investiture tra quest'ultimo ed il papato: sono queste le premesse per un periodo confuso in cui non emergono entità politiche e amministrative definite.
Il feudalesimo di stampo carolingio rimase l'unica forma amministrativa, anche se si andava evolvendo in maniera sempre più autonoma ed assoluta. Alcuni documenti storici ci illuminano sulle vicende storiche locali di questo periodo: essi sono purtroppo molto frammentari e risulta quindi difficile ricostruire le vicende storiche della Tuscia con un sufficiente grado di attendibilità. Del resto anche la profonda crisi culturale e politica in cui versava tutto l'Occidente coinvolse certo le contrade della Tuscia; la rinascita carolingia, seppure importante, era stata effimera e non aveva prodotto effetti così duraturi.
In questo periodo incerto si assiste al consolidamento degli abitati attorno a luoghi fortificati, castelli o insediamenti monastici. Le cause della nascita del fenomeno feudale vanno ricercate nella profonda crisi amministrativa e politica che coinvolse gran parte del mondo occidentale, Tuscia compresa, in breve nella mancanza di sicurezza, nelle frequenti scorrerie e saccheggi di barbari incontrollati e bande di delinquenti comuni. Le popolazioni cercano protezione e la trovano nei signorotti locali e nei loro eserciti personali, gli unici in grado di difenderli. I feudatari diedero inizio allo sfruttamento intensivo del territorio, avvalendosi della mano d'opera della classe servile, creando nel feudo un'economia centralizzata ed autosufficiente, basata soprattutto sull'agricoltura.
Il feudo diveniva così la piccola patria di una società composta da servi, borghesi e villani, legati dall'interesse comune e stretti attorno alla famiglia del signore. Ogni feudo era dotato di un suo esercito, perfettamente in grado di contrastare piccole invasioni e scorribande di banditi.
Con la scomparsa dell'Impero carolingio per la Chiesa sorsero grandi difficoltà nella difesa e mantenimento dei territori in suo possesso: all'inizio cercò di contrastare il sistema feudale i cui protagonisti mal sopportavano il potere temporale del papa, rifugiandosi in una sorta di anarchia. Ma era ormai un sistema talmente radicato nella società del I millennio che la Chiesa finì per esserne sopraffatta, tanto da esser essa stessa ordinata dal particolarismo: monasteri, abbazie e vescovati, con tutte le loro proprietà, divennero il regno privato delle grandi famiglie feudali. I re, i principi e i loro vassalli giunsero ad intromettersi nell'amministrazione stessa della Chiesa, nominando gli alti prelati: apparvero allora vescovi e cardinali rozzi ed ignoranti, che non conoscevano il latino liturgico né le Sacre Scritture.
L'opera di riforma del clero e del potere della Chiesa operata da papa Gregorio VII era stata completamente annullata.
Le poche notizie certe su borghi e castelli della Tuscia di questo periodo ci sono tramandate da atti e documenti dell'Abbazia Imperiale Benedettina di Farfa che dalla Sabina estendeva fino alla Tuscia i suoi possedimenti: all'inizio del secondo millennio fu proprio essa a vendere al Comune di Viterbo l'area di Piano Scarano consentendo l'espansione edilizia di un centro urbano in piena crescita.
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