
Le bombe, i lapilli e le ceneri eruttate dai vulcani del Lazio settentrionale si sono depositati sul terreno formando degli spessi strati che, con il tempo, si sono consolidati fino ad assumere la consistenza rocciosa dei tufi e del peperino.
Questi potenti accumuli di materiale vulcanico sono poi stati incisi dagli agenti atmosferici e dai corsi d'acqua, creando dei solchi, delle vallecole, delle profonde forre. L'azione erosiva dei corsi d'acqua, perenni o stagionali, ha assunto nei periodi post glaciali una forza impetuosa: lo scioglimento delle nevi perenni e la forte piovosità hanno creato degli impetuosi torrenti
Gran parte del territorio della provincia di Viterbo è caratterizzato dalla presenza di questi plateau di roccia vulcanica, soprattutto di tufo, roccia porosa e facilmente erodibile. Al visitatore non sfuggirà la presenza costante di piccoli borghi dalle ardite architetture medievali, suggestivamente arroccati su alti speroni di roccia: lo scavare continuo, incessante, penetrante dell'acqua ha isolato delle alture dalle pareti a strapiombo.In epoche di guerra, non è sfuggita all'uomo la facilità con cui ci si poteva difendere su queste alture: la ricerca archeologica ha evidenziato la presenza di abitati sin dal periodo preistorico, in particolare nell'età del Bronzo (II millennio a.C.) ed ancora, in una sorprendente continuità d'insediamento, nei periodi etrusco e medievale.
Il tufo inoltre poteva essere facilmente scavato con attrezzi metallici: ed ecco nascere la "civiltà del tufo" che ci ha lasciato, nei millenni di vita, tombe, abitazioni ipogee, fienili, ricoveri per animali, pozzi e cunicoli.
E' sorprendente la visita ad uno qualunque dei paesi della Tuscia arroccati su speroni di roccia: Barbarano Romano, Blera, Bomarzo, Calcata, Vitorchiano e tanti altri presentano caratteristiche simili. Case addossate l'una all'altra, alte pareti rocciose traforate da cantine profonde, oscure, fredde, in cui si maturano ed affinano i generosi vini della tradizione contadina.
Sulle pareti dei valloni, esposte verso sud, cresce una vegetazione tipicamente mediterranea, che si giova del clima relativamente asciutto e caldo: sulle ripide e rossastre falesie cresce il resistente leccio, fioriscono le eriche, spiccano i rubicondi frutti del corbezzolo.
Sulle pareti esposte a nord, meno soleggiate, prosperano gli ornielli e le roverelle, si arrampicano vetuste piante di edera.
Questi dirupi sono l'habitat ideale per molti rapaci, diurni e notturni: le innumerevoli cavità naturali a picco ospitano tane e nidi di gufi, barbagianni, allocchi, poiane; fino alla fine degli anni '70 viveva qui anche il capovaccaio, cioè l'"Avvoltoio degli Egizi" (Neophron percnopterus), un grande uccello che si nutre di carogne e che è quasi scomparso per la diminuizione delle pratiche d'allevamento di ovini e bovini, sua principale fonte di approvvigionamento di carne.
Sul fondo dei valloni, dove il sole riesce solo raramente a forare la fitta vegetazione e dove l'umidità è molto elevata per la presenza di sorgenti e corsi d'acqua, il particolare microclima consente la crescita di una lussureggiante flora: alti pioppi e salici sembrano proteggere dall'alto profumatissimi sambuchi, verdi carpini, nodosi noccioli, maestosi ontani. Una quantità incredibile di felci e muschi ammanta le rosse rocce di tufo e nasconde spesso gli oscuri ingressi di sepolcri dimenticati. Provate a camminare sul fondo di questi valloni, lungo i sentieri naturalistici del Parco del Treja o del Parco Marturanum, della Riserva di Monte Casoli di Bomarzo o di Corviano: il verde vi riempirà lo sguardo, l'attenzione si perderà sui contorti tronchi di carpino, l'odore della terra umida si mescolerà a quello dei numerosi fiori, ciclamini, primule, mughetti, pervinche, violette, in un aroma particolare, indimenticabile. E se il vostro desiderio di quiete e rilassamento vi porterà a perdere lo sguardo nei limpidi ruscelli, non sarà difficile scorgere nelle fresche acque la rana rossa o la salamandrina dagli occhiali, il gambero di fiume o la biscia dal collare, il tritone crestato e il barbo, il rospo smeraldino ed i neri girini.
Durante le ore notturne vagano in cerca di cibo cinghiali, tassi, istrici, rari gatti selvatici, rappresentanti della ricca fauna che in tempi non troppo antichi popolava queste aree e che comprendeva anche orsi, cervi e caprioli.
Sembrano luoghi dimenticati dall'uomo questi profondi valloni: ma non è così o, perlomeno, non lo è stato fino ad una quarantina di anni fa: all'epoca le rive e le sponde dei corsi d'acqua prossimi ai tanti paesi della Tuscia erano intensamente coltivate. Terrazzamenti ed argini ospitavano fertili orti, piantagioni di canapa e lino, fibre vegetali utilizzate per la produzione spesso casalinga di tessuti, ma resistenti ed "ecologici".
Oggi gli unici frequentatori dei valloni sono i cercatori di funghi ed i turisti che sempre più si avventurano in un ambiente incontaminato e suggestivo, alla ricerca di una dimensione assai distante dalle caotiche città, più vicina ai racconti dei nostri nonni.
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