
La lotta per le investiture inizia dopo che l'imperatore Enrico III di Franconia (1046-1056), approfittando del caos creato dal corrotto papa Benedetto IX (1045), ritiratosi per vendere la carica pontificia a Gregorio VI (1045-1046), scende in Italia, depone Gregorio e mette al suo posto un vescovo tedesco col nome di papa Clemente II (1046-1049).
L'imperatore aveva dimostrato il suo ruolo di riformatore dell'organizzazione ecclesiastica, di campione della fede, intromettendo così il potere temporale nel campo dello spirituale. Le cose non andarono come sperava perché il "suo" papa ed il successore Leone IX (1049-1054) avrebbero attuato una riforma del mondo ecclesiastico tanto efficace da dare nuova potenza alla figura del pontefice: si riaffermava la supremazia del Pontefice sui rappresentanti del potere temporale, primo tra tutti l'Imperatore.
Nel 1059 papa Niccolò II (1059-1061) affermò che nessun pontefice poteva esser eletto da laici ma esclusivamente dai cardinali romani. Da ciò nacque il conflitto tra papato ed impero detto "lotta per le investiture". Questa lotta fu amplificata da papa Gregorio VII (1073-1085) e dall'imperatore germanico Enrico IV di Franconia (1054-1106): il primo proclamava la supremazia universale della Chiesa di Roma anche con il potere di deporre l'imperatore. Il secondo, negando questo potere papale, convocò a Worms un sinodo di vescovi tedeschi che dichiararono decaduto il papa. Gregorio VII avrebbe prontamente reagito con una scomunica.
Il papato sembrava inerme di fronte alla potenza militare dell'Impero, ma furono moltissimi i grandi feudatari che appoggiarono il pontefice ansiosi di liberarsi dall'obbedienza al sovrano: ad Enrico IV non restava che chiedere il perdono papale e la revoca della scomunica, concessigli con l'intervento della contessa Matilde di Canossa e dell'abate Ugo di Cluny (1077).
Ma Enrico stava solo prendendo tempo: riacquistata forza calò in Italia e depose il papa che, trovandosi avverso dalla popolazione per aver chiamato in suo aiuto i normanni di Roberto il Guiscardo (che si diedero al saccheggio), sarebbe morto a Salerno nel 1085.
La lotta tra papato ed impero era ancora viva e nacquero due grandi fazioni politiche: i ghibellini, difensori dell'"onore dell'Impero" ed i guelfi, sostenitori della Chiesa Romana. Queste due fazioni divennero la costante delle lotte politiche condotte nell'Europa del XII e del XIII secolo (nella Tuscia anche del XIV secolo) a qualunque livello, tra regni, tra città e paesi, tra famiglie di una stessa cittadina.
E questo avvenne a Viterbo, tra i ghibellini Tignosi ed i guelfi Gatti, con tutte le altre famiglie schierate a favore di una parte o dell'altra. Con certezza la lotta tra le due fazioni colpì anche le altre località della Tuscia, ma le scarse notizie in merito non ci consentono di conoscere nel dettaglio cosa avvenne nei centri minori.
In generale questo "bipolarismo" avrebbe caratterizzato la Storia a lungo.
Nel 1207 Viterbo diviene capitale del Patrimonio di San Pietro e ciò determinerà in parte la sua ascesa economica e politica. Il XIII secolo è infatti considerato il periodo di massimo splendore della città. Nello stesso anno Innocenzo III (1198-1216) vi convoca un importante Concilio per dirimere la questione delle lotte tra le famiglie guelfe e quelle ghibelline. Viterbo, sede papale, è guelfa e ciò spiega i ripetuti attacchi alla vicina Vitorchiano, fedele all'imperatore ed a Roma.
Nella prima metà del XIII secolo, inaspettatamente, Viterbo si ribella al Papato, alleandosi con l'imperatore Federico II: ben presto però i viterbesi si rendono conto dell'oppressione imperiale e scoppia una rivolta, guidata dal cardinal Raniero Capocci.
Sarà determinante l'aiuto cittadino prestato alla Chiesa durante le estenuanti lotte con il potere imperiale: nel 1243, anno dell'elezione al soglio pontificio di Innocenzo IV (1243-1254), per l'appoggio dato al Papa, Viterbo subisce un lungo assedio da parte delle truppe imperiali di Federico II di Svevia. Le soldatesche assedianti adattarono le tombe di una necropoli etrusca presente in località Riello per l'alloggio delle truppe e degli animali (molte di queste strutture ipogee sono andate distrutte negli ultimi venti anni per la costruzione di alcune abitazioni).
Innocenzo IV, rifugiatosi in Francia per le aspre lotte tra Chiesa ed Impero, convoca a Lione un Concilio che dichiara decaduto dal potere Federico II, in seguito sconfitto nel 1248 a Parma dai Comuni della Lega Lombarda. Si riacutizzano le lotte cittadine tra i guelfi, fedeli al Papa, ed i ghibellini, filoimperiali; è Manfredi, figlio naturale di Federico II, a cercare di risollevare la fazione ghibellina.
Sono la vicina Firenze e la Toscana il principale scenario di queste aspre contese, spesso legate ad eventi bellici di notevole portata come la battaglia di Montaperti del 1260: con l'appoggio delle truppe di Manfredi i guelfi vengono sopraffatti e cacciati da Firenze stessa.
Ma a Viterbo, divenuta ormai sede papale, è la fazione guelfa, capeggiata dai Gatti e dal suo rappresentante più celebre, il capitano del popolo Raniero, a prevalere. I Gatti si alterneranno con i di Vico e con il potere temporale del papato al governo della città sino al 1461, anno in cui esso passerà definitivamente nelle mani del pontefice.
Non si attenua la secolare disputa tra il potere imperiale e quello dei Papi, che rende Roma sede ormai insicura per il Pontefice: nel Patrimonio di San Pietro, ovverossia nelle terre soggette al controllo politico ed amministrativo della Chiesa di Roma, è Viterbo ad offrire le maggiori garanzie di sicurezza. Vi risiederanno per questo i papi Alessandro IV (1254-1261), Urbano IV (1261-1264), eletto papa nella Chiesa di Santa Maria in Gradi, e Clemente IV (1265-1268), ospitati nel Palazzo Papale.
Nel 1257 Alessandro IV riesce a stabilirsi a Viterbo con un'acuta politica di concessione di indulgenze e privilegi alla fazione guelfa, filopapale. La morte di Clemente IV, originario della Provenza, avviene nello stesso anno ed il Conclave riunito per l'elezione del successore sarà ricordato come il più lungo della Storia. Il lungo periodo di vacanza della sede papale si prolungò per trentatré mesi, al termine dei quali viene eletto il Beato papa Gregorio X (1271-1276).
Nella seconda metà del XIII secolo la Tuscia, con Viterbo in testa, città papale, è al centro dell'attenzione europea. Nella città giungono i rappresentanti delle più grandi casate e governi, sovrani ed ambasciatori. Tra questi, nel 1267, Carlo d'Angiò, impegnato nella cattura di Corradino degli Hohenzollern.
Nel marzo 1271 sono a Viterbo Carlo I d'Angiò re di Sicilia assieme a Filippo III l'Ardito re di Francia e al principe Enrico di Cornovaglia, nipote del re d'Inghilterra Enrico III.
Il giovane viene assassinato dai Montfort nella chiesa del Gesù: l'episodio è citato da Dante nella Divina Commedia.
Sempre a Viterbo sono nominati dai cardinali altri pontefici: Giovanni XXI (1276-1277), Niccolò III (1277-1280) e Martino IV (1281-1285), la cui elezione avviene tra disordini ed atti di violenza tra filoangioini e sostenitori degli Orsini. La gravità degli eventi spinge il nuovo pontefice a togliere la sede papale dalla città ed a scomunicarla. I disordini sono generati dal rifiuto da parte di alcuni cardinali di proseguire il Conclave, per protesta contro l'elezione di Martino, ennesimo papa francese. Nonostante il perdono di papa Onorio IV (1285-1287), per oltre un secolo Viterbo non ospiterà più alcun pontefice e ciò sarà causa di un progressivo declino della città e della Tuscia tutta, soprattutto dei centri lontani dai principali assi viari. A questa lenta decadenza si somma nel 1348 una grave pestilenza che porta al forte spopolamento del territorio.
Il XIV secolo vede ancora il susseguirsi di continue lotte intestine tra i sostenitori dell'Imperatore e quelli del Papa, forse favorito dallo spostamento della sede papale ad Avignone in Francia, che rende il territorio marginale alla corte papale. Approfitta di questo relativo abbandono d'interesse del papato sulla Tuscia la famiglia ghibellina dei Di Vico, che realizza una serie di rocche fortificate ed avamposti per il controllo del territorio: tra questi il suggestivo castello di San Giovenale (Blera) e quello di Norchia (Vetralla). In questo periodo Vetralla, che sorge a sud di Viterbo lungo la via Cassia, assume una notevole importanza strategica. I Prefetti Di Vico la trasformano in una cittadella militare adatta a respingere gli eventuali attacchi provenienti da Roma.
E' Innocenzo IV (1352-1362) ad affermare con fermezza il potere papale sulla Tuscia inviandovi il cardinale spagnolo Egidio Albornoz, uno dei "cardinali guerrieri" che non esitano a ricorrere alla spada per affermare il potere della Chiesa.
Nel 1354 sconfigge Giovanni di Vico interrompendo così il suo progetto di conquista dei territori del Patrimonio di San Pietro: i suoi castelli vengono addirittura demoliti. Il cardinal Albornoz pone la sua sede nella Rocca in Viterbo che anche oggi porta il suo nome, un maniero fortificato fatto costruire tra il 1354 ed il 1357, in cui aveva sede il Governatorato del Patrimonio di San Pietro e del Tesoriere del Patrimonio (il fisco). Il cardinale l'aveva fatta ristrutturare anche in previsione del ritorno di papa Urbano V (1362-1370) da Avignone, che avvenne trionfalmente il 9 giugno 1367.
E' un effimero momento: con il ritorno di Urbano V ad Avignone la città torna nuovamente in possesso dei di Vico; nel 1375 Giovanni si fa proclamare "Signore di Viterbo". Secondo le fonti storiche dopo la sua elezione avrebbe fatto abbattere la Rocca, simbolo del potere pontificio, ed incendiare lo Statuto comunale del 1251, emblema dei diritti dei cittadini viterbesi: erano lontani i tempi in cui "il solo respirare l'aria della città rendeva liberi".
Giovanni di Vico, vero e proprio tiranno, fu ucciso nel 1387. Viterbo tornava sotto il controllo pontificio, rimanendo però sempre in balia dei signorotti di turno.
La famiglia dei di Vico è ancora protagonista delle lotte intestine che dilaniano Viterbo e la Tuscia tutta, fino a quando un altro dei "cardinali di ferro", Giovanni Vitelleschi, fa giustiziare, nel 1435, l'ultimo discendente della famiglia, che si estingue. Nel 1461 il governo della città, in mano alla famiglia dei Gatti, passa nelle mani del papa.
Nel 1462 la Tuscia ospita nuovamente un pontefice: in occasione della solenne processione del Corpus Domini, cui prende parte anche Pio II (1458-1464), a Viterbo saranno presenti, tra forestieri e residenti, 150.000 persone. Nel 1476, sotto il pontificato di Sisto IV (1471-1484) una nuova, terribile pestilenza, uccide migliaia di persone.
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