
La Selva del Lamone è una vasta area boscata adiacente alla media valle del fiume Fiora. L'area è attraversata dal corso del fiume Olpeta, affluente di sinistra del Fiora, emissario del lago di Mezzano, che occupa un cratere vulcanico appartenente al distretto vulsino, circondato da colture estensive di cereali.
L'area protetta
Istituita con legge regionale nel 1994 si estende per circa 2000 ettari nel territorio del comune di Farnese. Ente gestore è il Comune omonimo.
La geologia
Le rocce vulcaniche che costituiscono il substrato principale si sono generate con la deposizione e sedimentazione dei prodotti del vulcanesimo vulsino, la cui fase di maggiore intensità si colloca attorno ai 500.000 per terminare attorno ai 300.000 anni fa.
L'attività vulcanica è legata ai diversi centri del distretto vulcanico quali il "paleobolsena" (corrispondente all'attuale lago), quelli di Bolsena, di Latera e di Montefiascone. E' in particolare l'area vulcanica di Latera ad aver emesso gran parte dei materiali presenti nella zona, tra 158.000 e 145.000 anni fa.
Il comprensorio della Riserva Regionale Selva del Lamone presenta delle caratteristiche geomorfologiche del tutto particolari: all'interno dell'area, coperta per quasi 2000 ettari da un fitto querceto, si possono osservare delle distese di grigi massi lavici che, assieme all'inestricabile vegetazione ed ai pochi sentieri, donano al comprensorio una suggestiva impenetrabilità. Sono dette localmente "murce", grandi pietraie da collegarsi al raffreddamento delle lave. La più estesa e nota è detta "rosa crepante", un anfiteatro naturale di lava.
Queste lave sono dette "trachibasaltiti" o "olivinlatiti": hanno un aspetto a "bolle" con blocchi di colore grigio nerastro di dimensioni diverse, da ciottoli a massi di qualche metro di diametro.
I materiali sono stati emessi da numerosi punti di effusione, un tempo fratture nella crosta terrestre, oggi coni di scorie. I più noti sono quelli del Semonte, della Dogana, del Monte Becco e di Monte Calveglio.Imponente la colata lavica di Voltamacine.
Nella zona sono presenti altri affioramenti, come le arenarie cretaciche poste in luce dal torrente Olpeta o i travertini di origine idrotermale di Campo del Carcano e Santa Maria della Sala.
Nelle terrazze fluviali e nelle vallecole del Lamone sono inoltre presenti degli strati di origine alluvionale.
La vegetazione
Nella Selva del Lamone, in cui la vegetazione ora fitta ed impenetrabile si alterna con le "murce" sassose e ricoperte dai muschi, si può notare la diffusione del querceto, soprattutto del cerro (Quercus cerris); presente anche il leccio (Quercus ilex), la roverella (Quercus pubescens), l'acero (Acer sp.), il carpino nero (Ostrya carpinifolia) e l'orniello (Fraxinus ornus). Nei punti più umidi e meno soleggiati sono presenti esemplari di faggio (Fagus sylvatica), sebbene ad un altitudine inferiore al limite medio per questa specie. L'altitudine va infatti dai 100 metri del letto del Fiora ai 500 metri delle alture sovrastanti. Nelle zone più aspre per la presenza dei massi affioranti, adibite nei secoli al pascolo degli erbivori, crescono molte piante spinose tra cui il biancospino (Crataegus sp.) ed il prugnolo (Prunus spinosa).
Nei punti meno soleggiati e prossimi ai corsi d'acqua, felci e muschi rivestono rocce e tronchi. In primavera sono i colori dei fiori a far da protagonisti: numerose le specie di orchidee, assieme a crochi, muscari, anemoni, primule, aglio dei boschi.
Tipici del bosco del Lamone sono i "lacioni", degli stagni temporanei che si formano con le pioggie nel tardo autunno e nella primavera e che forniscono acqua agli animali del bosco e l'habitat ideale a piante rare.
La fauna
Il principale rappresentante della fauna del comprensorio è la lontra (Lutra lutra), un mammifero molto raro e rimasto nel Lazio solo in alcune rare stazioni lungo il corso dell'Olpeta e del Fiora. Altro mammifero strettamente legato all'ambiente acquatico è la nutria (Myocastor coypus), introdotta nel secolo scorso in Europa per la pelliccia ed oggi diffusasi, anche eccessivamente. Tra gli altri mammiferi ricordiamo l'istrice (Hystrix cristata), il riccio (Erinaceus europaeus), la donnola (Mustela nivalis), la faina (Martes foina), la martora (Martes martes), la puzzola (Mustela putorius), il tasso (Meles meles) ed il ghiro (Myoxus glis). Legate alla pratica venatoria sono alcune specie quali il capriolo (Capreolus capreolus), il cinghiale (Sus scropha) e la lepre (Lepus europaeus). E' segnalata inoltre la presenza del gatto selvatico (Felix silvestris)
Tra gli uccelli segnaliamo la garzetta (Egretta garzetta), l'airone cinerino (Ardea cinerea), il germano reale (Anas platyrhynchos), il martin pescatore (Alcedo atthis), la ghiandaia marina (Coracias garrulus) ed il merlo acquaiolo (Cinclus cinclus), indicatore della elevata naturalità del comprensorio. Sono qui rappresentate tutte le principali specie di rapaci della Tuscia, diurni e notturni, tra cui la poiana, l'albanella minore, il biancone migratore, il gufo, l'allocco, la civetta e il barbagianni.
Tra i rettili interessante la presenza della tartaruga d'acqua dolce (Emys orbicularis) e della testuggine comune (Testudo hermanni). Vista la qualità delle acque dell'Olpeta e nei fossi Verghene e Faggeta, segnaliamo la presenza del gambero di fiume.
Tra gli insetti sono segnalati due coleotteri rari, il Meligetes bucciarelli ed il Brachypterolus vestitus.
L'uomo e il territorio
La presenza dell'uomo è attestata sin dalla preistoria, dal paleolitico medio. Interessnti le testimonianze della cultura eneolitica di Rinaldone, un aspetto culturale "nato" e tipico della Tuscia viterbese: in particolare le necropoli del Palombaro, del Gottimo, di Valle della Chiesa, del Saltarello e di Naviglione.
Numerosi i siti archeologici risalenti all'età del Bronzo: di grande interesse scientifico quelli di Sorgenti della Nova e di Farnese che hanno fornito agli archeologi la conoscenza sulle fasi più antiche della storia umana nell'Italia centrale.
Se si hanno al momento poche notizie riguardo all'età del Ferro, in età etrusca l'area è compresa nella sfera di influenza della vicina Vulci. Attorno al IV secolo a.C., periodo di crisi per l'attività espansionistica di Roma in Italia, viene fondato l'abitato di Rofalco, poi abbandonato nel 280 a.C. con la conquista romana.
Sui territori si sviluppa il latifondo e si assiste ad un progressivo spopolamento, fino al definitivo abbandono dell'età medievale. Alla caduta dell'Impero Romano (476 a.C.) questo comprensorio viene a far parte della Tuscia Longobarda: una necropoli del periodo longobardo è stata scavata in località Campo del Nocio.
Nel XII secolo in località Santa Maria della Sala si insedia una comunità monastica cistercense che realizza un'abbazia, abbandonata all'inizio del XIII secolo.
I boschi impenetrabili fanno da rifugio durante i secoli a banditi ed omicidi . Celebre nel XIX secolo brigante Domenico Tiburzi, che compie le sue scorribande tra Lazio e Toscana alternando gesta magnanime nei confronti della popolazione a rapine, omicidi e taglieggiamenti: questa duplice veste di bandito e benefattore lo farà soprannominare come il "Re del Lamone" o il "Livellatore della Maremma", una sorta di Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Verrà tradito ed ucciso. Nella quiete del Lamoone le uniche doppiette a sparare saranno per anni quelle dei cacciatori, almeno fino all'istituzione della Riserva.
Informazioni generali
R.N.R. Selva del Lamone - Corso Vittorio Emanuele 395, tel. +39-0761-458741
Sito internet (link esterno) www.parchilazio.it
Torna alla pagina menù iniziale
Vai al sito con elementi multimediali