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Le grandi famiglie in lotta per il potere

Osserviamo in dettaglio le vicissitudini di alcune delle grandi famiglie protagoniste della storia della Tuscia, di parte guelfa o ghibellina, indipendenti o legate ai grandi avvenimenti dell'Italia antica, in lotta fra loro o con il potere costituito per affermare il proprio diritto e la propria supremazia sul territorio.

Anguillara
della Rovere
di Vico
Farnese
Odescalchi
Orsini
Pamphilij

Anguillara
Lo stemma della famiglia raffigura una croce formata da due anguille, pesce di lago: sembra infatti che le origini della casata vadano ricercate nell'omonima località posta sul lago vulcanico di Bracciano (Roma): ad Anguillara, oggi caratteristico paesino lacustre, nel periodo romano vi era una villa detta angularia, secondo alcuni perché posta in un punto in cui la costa segnava un angolo, secondo altri perché potevano esserci degli allevamenti di anguille. Nel Medioevo, sull'alto sperone di roccia che si affaccia sul lago, fu edificato un castello, dimora del capostipite della casata, il conte Ramone. Ma il primo rappresentante di cui abbiamo maggiori notizie è Pandolfo I nel momento in cui entra nella lotta per il controllo del territorio contro i di Vico (1186). Nel XIII secolo sono ancora esponenti delle due famiglie a fronteggiarsi, Pandolfo II e Pietro di Vico.
Conosciamo Orso degli Anguillara, senatore del Ducato di Roma, che nella Pasqua del 1341 incoronò il Petrarca sommo poeta. Attorno alla metà del XV secolo, momento di grandi tensioni e lotte tra i potenti signori ed il papato per il governo del territorio, è attivo Everso degli Anguillara: i suoi due figli, eredi dei possedimenti paterni, vengono addirittura scomunicati da papa Paolo II (1464-1471), imprigionati o costretti all'esilio. Abbiamo notizie di Renzo degli Anguillara che viene chiamato a difendere Roma durante il saccheggio dei lanzichenecchi di Carlo V (6 maggio 1527): non riuscirà ad impedirlo visto l'impeto dei fanti tedeschi.
Nel periodo feudale la famiglia entrò in possesso di vasti territori del Lazio settentrionale, tra cui Tolfa, Civitella Cesi (Blera-Vt), Ronciglione, Capranica, Barbarano, Blera, Vetralla, Bassano, Faleria, spingendosi sino a Tuscania. La famiglia si estingue nel '700.

Della Rovere
Il triste fenomeno del nepotismo per cui i pontefici elargivano donazioni, proprietà e onorificenze ai propri congiunti non è estraneo nemmeno a questa famiglia: il suo rappresentante più illustre infatti, Sisto IV (1471-1484), arriverà persino a concedere dei feudi ai propri parenti. Molti rappresentanti della famiglia raggiunsero cariche di grande prestigio: un nipote di Sisto IV ebbe il Ducato di Sora (Frosinone), il fratello di questi divenne Prefetto di Roma e Capitano Generale della Chiesa. Un altro dei Della Rovere divenne papa col nome di Giulio II (1503-1513). Della famiglia molti esponenti furono cardinali e condottieri; essa si estingue nel 1631 con Francesco Maria. Nella Tuscia possedettero Vasanello.

di Vico
Famiglia romana che dominerà la Tuscia, con vicende alterne, per quattro secoli. L'origine della casata li vede forse discendere dai duchi longobardi di Spoleto o da Arnolfo, gastaldo di Terni. Nel Patrimonio di San Pietro hanno la loro pima sede sul Lago di Vico, ove possedevano delle proprietà. Li troviamo nella Roma del X secolo con Pietro, capo della rivolta contro papa Giovanni XIII (965-972), che rivendicava la Prefettura di Roma per diritto ereditario. Nel 1138 Pietro I si schiera accanto a Federico Barbarossa ed all'antipapa Vittore IV contro papa Innocenzo II (1130-1143). Ottiene in cambio molti possedimenti e privilegi, confermati al figlio Giovanni I dal papa Alessandro III (1159-1181) per aver abbandonato l'imperatore. Alla metà del XIII secolo Pietro III è signore di Civitavecchia dopo aver appoggiato papa Alessandro IV (1254-1261); questi possedimenti sono confermati da papa Clemente IV (1265-1268) al figlio Pietro IV.
Nel XIV secolo in Viterbo accadono continue lotte intestine tra i sostenitori dell'Imperatore (i Tignosi, assieme ai Prefetti di Roma, i Di Vico) e quelli del Papa (i Gatti), forse spinto dallo spostamento della sede papale ad Avignone in Francia, che rende la città ormai marginale alla corte papale. Nel 1328 è Signore di Viterbo il ghibellino Silvestro de' Gatti, che viene deposto l'anno seguente dall'imperatore Lodovico IV. Al suo posto è eletto Faziolo di Vico, figlio di Manfredi di Vico, che governerà la città sino alla sua morte, avvenuta nel 1338. Gli succede Giovanni III di Vico, il più illustre e spregiudicato rappresentante della famiglia, che diviene Signore di Viterbo, Orvieto e Civitavecchia: riuscirà a governare gran parte della Tuscia nel periodo dell'esilio avignonese del papa, tentando di instaurarvi un regno indipendente. Occuperà Viterbo, Vetralla, Corneto (Tarquinia), Bagnoregio, Bolsena. La sua "tirannia", come è stata definita da alcuni storiografi filo-pontifici, durerà sino all'intervento del cardinale Albornoz. E' Innocenzo IV (1352-1362) infatti ad affermare con fermezza il potere papale sul Patrimonio di San Pietro inviandovi lo spagnolo Egidio Albornoz, uno dei "cardinali guerrieri" che non esitano a ricorrere alla spada per affermare il potere della Chiesa. Nel 1354 sconfigge Giovanni di Vico interrompendo così il suo progetto di conquista dei territori del Patrimonio di San Pietro. Governerà la città per conto del pontefice sino al 1375. Con il ritorno di Urbano V ad Avignone, Viterbo torna nuovamente sotto i di Vico; nel 1375 appunto Francesco riuscirà a farsi proclamare "Signore". Dopo la sua elezione avrebbe fatto abbattere la Rocca, simbolo del potere pontificio, ed incendiare lo Statuto comunale del 1251, emblema dei diritti dei cittadini viterbesi: erano lontani i tempi in cui "il solo respirare l'aria della città rendeva liberi". Francesco di Vico fu ucciso nel 1387 nel corso di una sollevazione popolare creata dal cardinale Tommaso Orsini: Viterbo sarebbe tornata sotto il controllo pontificio, ma solo fino al 1391, poiché Giovanni II Sciarra di Vico, nipote del tiranno Giovanni I, avrebbe assunto il titolo di "Signore di Viterbo e Civitavecchia". Nel 1395 la città ed i suoi territori passano nuovamente sotto il governo pontificio, ma presto la famiglia dei di Vico è ancora protagonista delle lotte intestine che dilaniano Viterbo e la Tuscia tutta, fino a quando un altro dei "cardinali di ferro", Giovanni Vitelleschi, fa giustiziare nel 1435 Giacomo, l'ultimo rampollo della famiglia, che si era alleato con i Colonna contro papa Eugenio IV (1431-1447). La famiglia dei di Vico si estingue; rami laterali sono poi a Pesaro e Viterbo.

Farnese
Lo stemma della famiglia raffigura sei gigli azzurri in campo oro, ma lo scudo più antico ne porta solamente uno. Dall'XI secolo ci sono testimonianze di questa famiglia in tutta la Tuscia. Originaria di Castrum Farneti (poi Farnese), secondo alcuni storici era di antica origine longobarda. Il suo nome deriva per alcuni dalla località, in cui abbondavano le farnie (Quercus robur), per altri invece è la località che prende il nome dalla famiglia: "Castrum Farneti" infatti potrebbe indicare la cittadella fortificata (castrum) in cui era una fara, ossia una "famiglia" longobarda. Dal 1168 la località è proprietà del Comune di Orvieto, centro che eserciterà spesso un'attrazione sui membri di questa famiglia.
Tra l'XI e il XII si assiste alla nascita dei liberi Comuni, fioriti soprattutto nell'Italia centro-settentrionale, che rivestirono un notevole peso politico e nati proprio dall'impulso di affrancarsi dal potere imperiale o Papale. Nella metà del XII secolo anche Orvieto viene coinvolta nello scontro tra la fazione imperiale e quella papale ed i Farnese, desiderosi di partecipare alla vita politica, si schierano con i Monaldeschi di fede guelfa; questa scelta è l'inizio di un legame fra la famiglia e la Chiesa cattolica che durerà più di tre secoli. Con la successiva vittoria della parte guelfa, la fedeltà dei Farnese alla Chiesa viene generosamente ripagata con la nomina a vescovo di Orvieto di Guido Farnese, aumentando il peso della famiglia sulla regione.
La famiglia partecipa alla lotta contro le signorie che spadroneggiavano nell'Italia centrale insieme all'inviato del Papa, il cardinale Albornoz: come ricompensa per i servigi resi, ricevono nel 1354 le chiavi di Valentano. Piccolo borgo sorto intorno alla imponente Rocca, fortificato e strategicamente posizionato, Valentano permette ai Farnese di iniziare la loro scalata verso il centro del potere: Roma. Nel 1419 i Farnese vi si trasferiscono e Ranuccio in virtù dell'aiuto prestato al cardinale Albornoz, riceve dal Papa l'alta carica del senatorato.
Papa Alessandro VI Borgia, ingegnoso e corrotto, trasforma la corte pontificia al pari di una qualsiasi corte reale: complotti, giochi di potere, concubine e figli diventano così all'ordine del giorno; in questo complesso scenario Pier Luigi Farnese, figlio di Ranuccio, riesce a muoversi a vantaggio della famiglia facendosi promotore di occasioni mondane, di feste e di banchetti. I Farnese si guadagnano un posto d'onore fra le più antiche casate nobiliari romane. Pier Luigi, inoltre, riesce a prendere in sposa Giovannella Caetani, discendente di Bonifacio VIII, dalla loro unione nasce Giulia, divenuta poi moglie di Orsino Orsini signore di Vasanello. Grazie alla seducente bellezza fu presto denominata Giulia la bella, divenendo la dama più in vista dei salotti nobiliari romani; lo stesso Papa Alessandro VI ne rimane stregato facendola diventare la sua amante. Da questa relazione i Farnese ne trassero notevole vantaggio, poco dopo infatti, Alessandro, fratello di Giulia, viene consacrato cardinale.
A papa Borgia succedono Giulio II Della Rovere e Leone X De' Medici. Sono anni in cui a Roma culmina il Rinascimento. Michelangelo affresca la volta della Cappella Sistina, Raffaello dipinge le logge in Vaticano e Bramante progetta i volumi architettonici di San Pietro.
Il nord Europa, intanto, è scosso dalle accuse di Erasmo contro la corruzione e la ricchezza terrena della Chiesa romana e contemporaneamente Martin Luthero inizia la sua riforma.
Nel 1527 avviene l'evento che scuote Roma fin nelle fondamenta: la città, universalmente ritenuta inviolabile e sacra, è messa a ferro e fuoco dai lanzichenecchi di Carlo V mentre papa Clemente VII assiste impotente da Castel Sant'Angelo.
A 75 anni ed in precarie condizioni di salute viene eletto suo successore papa Alessandro Farnese con il nome di Paolo III. Il suo sarà un pontificato conservatore, cercherà di rivalutare l'autorità e il peso politico del Papato nei confronti dei sovrani cattolici, primi fra tutti l'imperatore Carlo V e il re di Francia, e culminerà nella programmazione del Concilio di Trento.
Papa Farnese celebra il suo pontificato commissionando monumentali opere d'arte, a degna dimora della famiglia: affida ad Antonio da Sangallo il Giovane la progettazione di Palazzo Farnese in Roma, opera che porterà poi a compimento Michelangelo e che vede al suo interno bellissimi affreschi tra cui il ciclo mitologico di A. Carracci. A Castel Sant'Angelo incarica Perin del Vaga di affrescare le stanze Papali.
Sul piano privato si preoccupò di assicurare un futuro sereno ai suoi discendenti.
Nel 1534 fa eleggere cardinale suo nipote Alessandro e lo investe di cariche ed enormi benefici ecclesiastici. E' lui stavolta ad esercitare il mecenatismo: fa portare a compimento dal Vignola la costruzione di Palazzo Farnese a Caprarola, monumento del potere della casata, ed è sempre Alessandro che sui resti romani della villa dei Cesari al Palatino fa nascere gli Orti Farnesiani, degli splendidi giardini privati.
Tutte queste opere, pur magnificando la famiglia, non garantivano a Paolo III la successione di suo nipote al trono pontificio; solo il possesso di un territorio da tramandare in eredità ai discendenti della casata avrebbe favorito i suoi progetti. Con tali premesse nel 1537 Paolo III crea il Ducato di Castro e Ronciglione annettendo ai possedimenti dell'Alto Lazio, già soggetti ai Farnese, i territori dell'area Cimina. Capitale del Ducato è il borgo di Castro che enormi lavori, in pochi anni, trasformano in una roccaforte inespugnabile. Ma anche negli altri centri del Ducato furono costruite o restaurate nuove residenze: a Gradoli su progetto del Sangallo, a Capodimonte, a Ischia di Castro, a Carbognano, a Farnese. A Valentano, in occasione delle nozze fra Angelo, fratello del futuro papa, e Lella Orsini di Pitigliano, l'antica Rocca viene restaurata e trasformata in palazzo di famiglia. Oltre ai territori del Ducato, Paolo III mira ad estendere il dominio per i propri discendenti soprattutto verso la Lombardia. E' noto come i Farnese fecero del matrimonio un vero strumento di ascesa sociale, ed è proprio grazie all'unione del nipote Ottavio, fratello del cardinale Alessandro, con Margherita, figlia di Carlo V, vincitore del braccio di ferro con la Francia per il controllo di Milano, che Paolo III lancia le basi per questo suo nuovo ambizioso progetto. Vincendo l'opposizione della Curia ed aiutando economicamente e militarmente l'Imperatore per la lotta ai luterani tedeschi, Paolo III crea il Ducato di Parma e Piacenza. A rivendicarne il comando è però il figlio Pier Luigi che pur non godendo di buona fama, viene accontentato. La scelta si rivelerà un errore fatale per i piani del pontefice. Carlo V non tollera Pier Luigi, di cui conosce la cattiva fama e, nel 1546, nominando governatore di Milano l'acerrimo nemico dei Farnese Ferrante Gonzaga, cancella ogni aspirazione del Papa sulla Lombardia. Per la famiglia è l'inizio del declino.
La città di Piacenza, infatti, insorge contro i Farnese e Pier Luigi viene sgozzato in una congiura; gli succede il figlio Ottavio che, lasciato il Ducato di Castro al fratello Orazio sposato con Diana figlia di Enrico II di Francia, malgrado gli sforzi e la parentela con l'Imperatore, non riuscirà a regnare sul nord Italia. Morto senza prole il fratello Orazio, il Ducato di Castro torna ad Ottavio e da questi passa al figlio Alessandro, valoroso capitano al servizio di Spagna e che divenne anche governatore dei Paesi Bassi. Sposo della figlia del principe del Portogallo Maria di Braganza, morirà nel 1592 senza di fatto aver potuto prendere possesso materialmente dei Ducati. Papa Paolo III Farnese muore nel 1549. L'influenza della famiglia sulla Curia ormai è minima, anche perché la Roma pontificia è più soggetta all'ingerenza spagnola. Il nipote, cardinale Alessandro Farnese, che regge praticamente il Ducato di Castro, non è neanche candidato al soglio pontificio e solo un ventennio più tardi, grazie ad una paziente attività diplomatica, per il cardinale sembrerà tornare ad aprirsi un varco verso il trono papale: le congiure ed il veto spagnolo contro di lui bruceranno per sempre le sue speranze.
E' con Ranuccio I, nipote di Ottavio morto nel 1589, che si può dire inizi la rovina del ducato e dell'epopea farnesiana. Alla morte di questi nel 1622, gli succede il figlio Odoardo che, sposato con Margherita de' Medici sorella del Granduca Ferdinando II, seppur magnanime, governò con leggerezza e portò il Ducato sul lastrico ed oggetto di mire di conquista. Il figlio di Odoardo, Ranuccio II riceve i possedimenti alla morte del padre, nel 1646, a soli 16 anni: eredita una difficile situazione che ben presto precipita e porta alla fine del Ducato.
Al figlio Francesco rimane il ducato di Parma e Piacenza che passerà successivamente al fratello Antonio ma alla morte di questi nel 1727, venne ereditato dalla nipote Elisabetta che andando in sposa il 16 settembre del 1714 al re di Spagna Filippo V di Borbone tramanderà il ducato ai propri figli: le collezioni farnesiane d'arte e la celebre Biblioteca farnesiana saranno divise tra Napoli e Parma.
Si estingue così una delle famiglie illustri che hanno segnato per molti secoli la storia della Tuscia e d'Italia e che ci hanno lasciato un enorme patrimonio, testimonianza di un mecenatismo raffinato.

Odescalchi
Lo stemma di famiglia reca un'aquila coronata, un leone e sei incensieri in un campo a quattro fasce. Le origini di questa famiglia vanno cercate nella Como del XIII secolo; forse il capostipite è Giorgio Erba, di cui si hanno notizie dal 1290, membro del ramo degli Erba. Essa sale alla ribalta con il pontefice Innocenzo XI (1676-1689) che, purtroppo, non fu immune dal fenomeno nepotistico, concedendo al nipote Livio (1652-1713) molti privilegi e terre in Italia ed in Europa. Comprò dagli Orsini il feudo di Bracciano (Roma), dove è ancora oggi possibile visitare l'imponente castello. Distintosi nel corso dell'assedio di Vienna del 1683, fu investito dall'imperatore Leopoldo I dei titoli di principe dell'impero, altezza e conte palatino. Ottenne anche ducati in Slavonia ed Ungheria, divenendo capostipite del ramo ungherese della casata. L'opera di Innocenzo XI fu rivolta verso una profonda ed intransigente moralizzazione, svolta secondo i consigli e le direttive del consigliere cardinale Cybo, disonesto e corrotto a detta dei cronisti contemporanei. Alla casata appartenne anche il cardinale Benedetto Erba (1669-1740), uomo dedito alla carità, che costruì chiese, ospedali e monasteri, occupandosi della salute e dell'educazione dei bimbi; sappiamo del cardinale Carlo Odescalchi (1786-1841) che divenne gesuita nel 1834. A Bassano Romano gli Odescalchi possedevano un palazzo, ed un castello a Ladispoli (Roma), che sorge sui resti del porto romano di Alsium.

Orsini
Possiamo risalire ai rami ascendenti della famiglia sino all'XI secolo, ma il nome appare solo dalla metà del XIII.
La casata, al centro delle dispute tra guelfi e ghibellini, fu tra le protagoniste nel Lazio del periodo feudale. Sono ricordate le lotte contro i ghibellini Colonna e contro i Borgia. Le sanguinose contese contro questi ultimi furono interrotte da papa Giulio II (1503-1513) nel 1511 che impose la pace tra le due casate. Appartengono agli Orsini tre pontefici, Celestino III (1191-1198), Niccolò III (1277-1280) e Benedetto XIII (1724-1730). Ricordiamo, tra i possedimenti nella Tuscia, Vetralla, Tarquinia, Vasanello, Soriano nel Cimino, Bomarzo ed Isola Farnese.
Merita di essere ricordato Vicino Orsini, erudito principe di Bomarzo, che fece costruire lo straordinario "Sacro Bosco", un giardino delle meraviglie oggi visitabile ai piedi del grazioso borgo medievale.

Pamphilij
Lo stemma del casato porta una colomba con un ramoscello d'ulivo sovrastata dalla tiara pontificia. La famiglia ha origini umbre, da Gubbio, e le notizie risalgono ad un certo Amanzio, cavaliere dell'VIII secolo. La troviamo residente a Roma, al seguito di Antonio, membro della corte pontificia sotto Sisto IV (1471-1484); il momento di maggior preminenza si ha con l'elezione al soglio pontificio di Giovan Battista, che diviene Innocenzo X (1644-1655). Questi eleva San Martino al Cimino a "principato", donandolo alla cognata Olimpia Maidalchini, vedova di Pamphilio, fratello del papa. Gli storici sono concordi nell'affermare la grande importanza che ebbe l'astuta donna nelle scelte del pontefice. La famiglia si estingue nel 1760 ed i suoi beni passano in gran parte al ramo dei Doria.

Altre nobili ed importanti famiglie ebbero possedimenti nella Tuscia: tra queste ricordiamo gli Aldobrandeschi a Tuscania, gli Altieri a Vejano e nelle vicine Oriolo e Monterano (prov. Roma), i Borgia a Civita Castellana, Nepi e Vetralla, i Lante a Bagnaia, i Vitelleschi a Tarquinia.



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