
Dopo la sconfitta etrusca nella battaglia navale di Cuma del 474 a.C. e la conseguente crisi commerciale che deriva dalla drastica diminuizione dei rapporti mercantili tirrenici, inizia per questo popolo una forte crisi ed un periodo di disunione politica delle diverse città.
Gli scavi archeologici confermano per la seconda metà del V secolo a.C. l'inizio di una forte crisi in tutta l'Italia centrale e meridionale: diminuiscono gli oggetti nei corredi funerari, calano quelli d'importazione, scendono di manifattura quelli prodotti localmente.
Il V secolo a.C. è dunque un periodo di sconvolgimenti politici ed economici per l'Italia centrale, in cui si agitano freneticamente le popolazioni italiche, in particolare umbre, volsche e sannitiche che minacciano a nord i confini etruschi, a sud quelli di Roma. Non risentono di queste difficoltà le città dell'Etruria settentrionale come Perugia, Arezzo, Cortona, Fiesole e Volterra che si rivolgono ai nuovi mercati adriatici, padani e, talvolta, transalpini. Tramite le città etrusche di nuova fondazione padana come Marzabotto e Spina si intessono nuovi rapporti con i Greci, facenti capo soprattutto all'emporio di Adria: questa corrente commerciale fa però capo ad Atene, città in crescente ascesa ed avversaria a Siracusa, l'acerrima nemica degli Etruschi. La via preferenziale con l'Attica di cui è capoluogo Atene, è testimoniata dalle caratteristiche ceramiche "attiche" a figure nere e rosse che tanta richiesta avranno dai ricchi etruschi.
Ad una situazione di relativa calma e diffuso benessere delle città settentrionali fa riscontro, come accennato, una serie di tensioni che fanno capo alle mire espansionistiche romane ed alle scorrerie italiche. Nel 414 a.C. gli Etruschi prendono parte ad una spedizione ateniese contro Siracusa inviando tre grandi navi con cinquecento soldati ognuna: gli Etruschi riportano una delle poche vittorie di questo assedio che si concluderà comunque con un fallimento per gli Ateniesi.
Alla fine del V secolo a.C. anche le città dell'Etruria padana cominciarono ad avere problemi, questa volta con le popolazioni celtiche, miranti al territorio meridionale della penisola: a queste minacce su diversi fronti gli Etruschi non risposero con un'adeguata compattezza ed una politica comune, ma con una disorganizzazione che portò alla perdita di Fidene, centro a pochi chilometri da Roma sulla riva sinistra del Tevere, di fondamentale importanza per il controllo di questa via di comunicazione fluviale e terrestre. Fidene era avamposto dell'etrusca Veio, città alla quale non fu dato l'aiuto necessario per fronteggiare i Romani, che ora l'assediavano.
In particolare si astenne dal farlo Caere (Cerveteri), cha aveva buoni rapporti diplomatici ed economici con Roma, e che preferì non intervenire in aiuto di Un tempo sudditi, ora conquistatori: arrivano i Romani, poi conquistata da Roma nel 396 a.C..
Nel 391 a.C. Siracusa, riacquistate le forze dopo la battaglia contro Atene ed i suoi alleati Etruschi e Cartaginesi, riprendeva le sue mire espansionistiche verso le coste tirreniche.
Le minacce celtiche presero tragicamente corpo nel 390 a.C. quando i Galli giunsero a minacciare direttamente Roma: Caere le fu alleata giungendo ad ospitarne come rifugio, gli oggetti sacri, i Sacerdoti e le Vestali, sacerdotesse custodi del fuoco divino.
I ceriti ottennero per questo la civitas sine suffragio, la cittadinanza romana ma senza diritto di voto, con la possibilità di contrarre matrimonio tra romani e ceriti.
Nel 384 a.C. i Siracusani giungevano al saccheggio persino del santuario di Pyrgi, il porto principale di Caere, approfittando del fatto che i suoi soldati erano impegnati nel fronteggiare i Galli giunti a Roma.
Questa amicizia tra Caere e Roma portò all'isolamento della città etrusca da parte delle altre città etrusche, Tarquinia in testa che, in questo periodo, siamo nella prima metà del IV secolo a.C., stava assumendo un peso politico sempre maggiore all'interno della Lega etrusca.
La supremazia tarquiniese e la caduta d'importanza di Caere misero la città etrusca in una posizione di naturale antagonismo con Roma che, nel frattempo, aveva continuato la sua espansione verso il meridione ed il settentrione, con la conquista di Sutri e Nepi.
Gli eserciti delle due città iniziarono a fronteggiarsi nel 358 a.C.: questa volta i Tarquiniesi erano appoggiati dai Falisci e dagli stessi Ceriti, che avevano tradito l'alleanza con Roma. Furono riconquistate Sutri e Nepi. Nel 354 a.C. Roma ebbe la meglio, sottomettendo Caere e portando il conflitto ad una fase di stallo, conclusasi nel 351 a.C. con una tregua di quaranta anni.
Nel frattempo un'ondata celtica aveva annesso i centri ed i territori etruschi in Pianura Padana.
Attorno al 310 a.C. riprese la guerra tra Etruschi e Romani, condotta dalle città dell'Etruria settentrionale capeggiate da Volsini (Orvieto) e fiancheggiate da Tarquinia stessa. Roma, che nel frattempo aveva consolidato la sua influenza in Campania alleandosi con molte delle città principali tra cui Capua, un tempo etrusca, schierò più forze in campo rispetto agli eventi bellici di quarant'anni prima.
Il fronte etrusco meridionale fu più volte abbattuto e le legioni romane, guidate dal console Quinto Fabio Rulliano, riuscirono ad attraversare, dopo numerosi insuccessi, la Silva Cimina, l'impenetrabile foresta che ricopriva le pendici dei Monti Cimini e di cui si può in parte osservarne un relitto nel Bosco di Fogliano a Vetralla, giungendo nel cuore dell'Etruria: era il 308 a.C. ed alla fine del secolo molte delle città etrusche erano ormai sottomesse, come Tarquinia, Vulci, Arezzo, Cortona, Perugia e Volsini.
E' tra la metà del IV secolo a.C. ed i primi anni del III secolo a.C. che la maggior parte delle città dell'Etruria meridionale potenziano o edificano ex novo delle mura e delle opere di difesa dagli attacchi romani.
Una ribellione degli Etruschi si ebbe nel 295 a.C. quando essi, alleatisi di alcuni popoli italici, affrontarono l'esecito di Roma a Sentino: trovarono però la sconfitta che costrinse nuove sottomissioni ed addirittura la distruzione di alcune città etrusche.
Un nuovo sussulto si ha nel 285 a.C. quando la coalizione gallo-etrusca cerca di annientare una Roma sempre più potente, che ha la meglio: seguono nuove sottomissioni regolate da trattati che assicuravano, spesso solo sulla carta, l'indipendenza delle città etrusche, ormai alleate ed annesse a Roma.
La politica federativa romana portò gradualmente all'annessione di molti popoli dell'Italia antica, alcuni dei quali subirono il controllo amministrativo e l'imposizione di tasse, nonché la privazione di rilevanti territori su cui presto Roma avrebbe posto le sue colonie militari: esempio sono quelle di Fregenae (Fregene, Roma), Alsium (Marina di San Nicola - Ladispoli, Roma), Pyrgi (Santa Severa - Santa Marinella, Roma), Castrum Novum (Santa Marinella, Roma), Graviscae (Tarquinia, Viterbo), Cosa (Ansedonia, Grosseto).
Nel 265 a.C. gli aristocratici di Volsinii (Orvieto) al potere chiedono l'aiuto di Roma per sedare una rivolta servile: i Romani approfittano dell'evento per dare una "lezione dimostrativa" agli Etruschi, assediando e distruggendo la città, capitale politica e religiosa della nazione etrusca, trasferendone gli abitanti nella nuova sede di Volsinii novi (Bolsena, Viterbo). Una sorte analoga tocca alla capitale dei Falisci, Faleri (Civita Castellana), i cui abitanti sono deportati nella vicina Falerii novi (Fabrica di Roma) nel 241 a.C., in pianura e non più in posizione arroccata e facilmente difendibile.
Nel 225 a.C. gli Etruschi sono alleati di Roma contro i Galli, impegnati nell'ennesima invasione verso sud edopo aver sconfitto l'esercito di Chiusi oppostosi alla loro avanzata: è la disfatta per i celti che vengono definitivamente fermati presso Talamone.
Nella Seconda guerra punica (218 - 202 a.C.) Roma è ancora una volta impegnata contro i Cartaginesi: Annibale invade l'Italia e, proprio in territorio etrusco, sul lago Trasimeno, infligge una pesante sconfitta alle legioni romane: qualche città etrusca pensa di approfittarne per una riscossa, ma i limitati tentativi di ribellione vengono presto soffocati. Anzi, durante gli eventi bellici, molte delle città dell'Etruria offrono il proprio aiuto ai Romani (derrate alimentari, armi, vele per le navi appoggio logistico), e lo faranno per tutto il secolo successivo, contribuendo in modo determinante alle attività di conquista.
Il progressivo espansionismo di Roma nel Mediterraneo porta grandi ricchezze in Italia, tra cui schiavi: l'abbassamento del costo della manodopera servile porta alla crisi della piccola economia familiare agricola, così come l'importazione di derrate alimentari scatena un fortissimo abbassamento dei prezzi.
Sono queste le premesse del fenomeno che caratterizzerà il territorio dell'Etruria nel I secolo a.C. e nei successivi: lo spopolamento delle campagne e la diffusione del latifondo. Molti piccoli appezzamenti di fertile terreno vengono acquistati a prezzi spesso irrisori da ricchi romani od etruschi, contribuendo a formare grandi proprietà agricole in cui sempre più schiavi e sempre meno coloni locali sono impegnati nella produzione di prodotti agricoli, soprattutto cereali, ortaggi, frutta, olio e vino di ottima qualità.
Nel 91 a.C. alcune popolazioni italiche federate di Roma si ribellarono costituendo una coalizione antiromana, la Lega italica; gli Etruschi non vi aderirono ed ottennero con la Lex Iulia, nell'89 a.C., per riconoscenza, la concessione della civitas, cioè della cittadinanza romana a pieno titolo.
L'Etruria era ormai annessa inesorabilmente a Roma ed a nulla sarebbero valsi alcuni isolati tentativi di ribellione di alcune città.
Con la riforma amministrativa del primo imperatore romano, Ottaviano Augusto, alla fine del I secolo a.C. il suo territorio diviene quello della VII Regio, la settima regione dello Stato Romano, estesa per lo più sull'odierno territorio toscano e laziale fino al Tevere e chiamata appunto Aetruria.
La cultura etrusca avrebbe perso sempre più individualità e fisionomia, mescolandosi in quella romana, a sua volta composta da numerosi elementi, in un eclettismo profuso di grecità classica che ne rimodellava ed univa gli eterogenei componenti.
La lingua etrusca sarebbe stata parlata ormai solo da qualche nostalgico cultore, spesso vantante origini etrusche, come l'imperatore Claudio, autore dei Tyrrenikà, un'opera sulla cultura e sulle arti di questo antico popolo, esistito, come recitava la profezia della ninfa Vegoia, per quasi nove secoli.
Alla fine del VI secolo a.C e dal VII Roma aveva avuto anche dei governanti etruschi come i Tarquinii e lo stesso Servio Tullio, il Mastarna le cui gesta sono raffigurate nella celebre Tomba Francois di Vulci. Il nome stesso della città è probabilmente etrusco, Ruma, e ricordava il rumore del Tevere in corrispondenza del guado dell'Isola Tiberina, attorno al quale sarebbe sorta la futura capitale dell'Impero.
Centinaia di anni dopo i Romani avrebbero annesso un popolo, quello etrusco, senza il quale non sarebbero presto usciti da un'economia ed una cultura materiale di impronta preistorica.
Ai due popoli, di origine diversa, la moderna cultura europea deve molto, per la tecnica, la scrittura, la letteratura, la giurisprudenza, la medicina, la religione, e in tanti altri ambiti.
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