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Il tumultuoso passato vulcanico, l'odierno paesaggio rurale

Il territorio della Tuscia si estende sul Lazio settentrionale, coprendo la provincia di Viterbo.
Il clima del comprensorio è di tipo Mediterraneo sub-umido, con un minimo di piovosità in estate ed i due massimi in autunno e primavera; le temperature invernali generalmente non scendono al di sotto della soglia dei 0° C per più di cinque giorni consecutivi, mentre nel periodo estivo si registra una temperatura generalmente superiore ai 25° C.
La geomorfologia della Tuscia viterbese è prevalentemente collinare e questo ha favorito sin dall'età neolitica l'insediamento umano e le colture agricole. Le risorse forestali e faunistiche, nonché il clima, hanno contribuito a rendere il territorio particolarmente ospitale per l'insediamento stabile delle comunità umane.

Durante l'ultima glaciazione del periodo Quaternario, quella denominata Würmiana, iniziata approssimativamente circa 70.000 anni fa, nel Paleolitico Medio, e terminata attorno ai 10.000 anni fa, il clima era differente e, per questo, la vegetazione e la fauna erano diverse dalle attuali. Dal periodo postglaciale il clima si è "addolcito" passando gradualmente, con delle variazioni significative nel corso dei secoli, a quello attuale. E tale doveva essere durante gli ultimi millenni, seppur con qualche variazione: attorno alla metà del II millennio a.C., nel VII secolo a.C. e durante il Medioevo sono state rivelate delle "piccole glaciazioni" in cui le temperature medie si sono abbassate significativamente e, per questo, è variato il limite delle nevi perenni.
Nei primi secoli del I millennio a.C. il clima è entrato in una fase fresca ed umida, in cui la temperatura media si è abbassata sensibilmente (ca. 2° C) e le precipitazioni sono aumentate: analisi dei pollini fossili condotte in strati prelevati nei crateri vulcanici di Baccano, Monterosi e Vico (gli ultimi due oggi occupati da laghi), evidenziano le variazioni climatiche succedutesi dopo l'ultima glaciazione.
Questa variazione del clima ha portato alla successione di steppa, bosco umido temperato (nocciolo), foresta di abeti, boschi di querce.

Gran parte del territorio del Lazio settentrionale ha origini vulcaniche: osservandolo dall'alto si notano nettamente i grandi complessi vulcanici pleistocenici (il Pleistocene si sviluppa da 1.700.000 a 10.000 anni fa) quali, da nord, quello vulsino, oggi occupato dal Lago di Bolsena, quello cimino-vicano (Monti Cimini e Lago di Vico), quello tolfetano (parte dei Monti della Tolfa), quello cerite-manziate (ad esempio la "Caldara di Manziana"), quello sabatino (Laghi di Bracciano e Martignano, valle del Baccano).
L'attività eruttiva degli antichi vulcani ha ricoperto, in fasi successive e di diversa entità, grandi porzioni della regione, originatesi a loro volta con dei movimenti tettonici che hanno fatto emergere il fondo di antichi oceani. Attorno ai crateri sono state espulse dalle eruzioni, esplosive ed effusive, grandi quantità di detriti che, consolidandosi, hanno dato origine a spessi plateau di rocce molto resistenti, come il tufo ed il peperino, ampiamente utilizzate per l'edilizia, dal periodo etrusco sino ad oggi. Con l'erosione superficiale operata da numerosi corsi d'acqua di differente portata, soprattutto nel periodo postglaciale würmiano in cui si assiste allo scioglimento dei ghiacci e delle nevi, questi spessori di roccia vulcanica sono stati profondamente incisi, dando luogo ad una fitta rete di canaloni, forre e valli più o meno profonde, che costituiscono il caratteristico paesaggio di gran parte della provincia di Viterbo.

La vegetazione del periodo postglacialeIl paesaggio antico doveva essere sicuramente diverso da quello attuale, con un manto vegetazionale assai più esteso: grandi cambiamenti sono dovuti allo sviluppo dell'agricoltura, sin dal Neolitico, della pastorizia transumante, soprattutto nell'Età del Bronzo, e delle attività umane che necessitavano di legname.
Nella preistoria vi immaginiamo una terra sicuramente ricca di foreste, gran parte delle quali non esistono più da secoli. L'antica linea costiera era probabilmente più arretrata, soprattutto in prossimità degli estuari dei fiumi principali (anche di diversi chilometri); viceversa, in altri punti, essa era più avanzata dell'attuale ed oggi vi si osservano accentuati fenomeni di erosione: si pensi al porto etrusco di Pyrgi (Santa severa, Roma) dove il mare ha eroso parte dell'abitato etrusco, mettendo in luce, a pochi metri dalla battigia, l'interno di alcune abitazioni.
Le coste dovevano essere rivestite da un manto secolare di macchia mediterranea, spesso protetto dai venti salmastri da dune e cordoni sabbiosi; estese erano le foreste, assai impenetrabili, come la Selva Cimina che sbarrò il passo alle truppe romane del console Quinto Fabio Rulliano in avanzata per conquistare l'Etruria.
Nel tentare di conoscere come potesse essere il paesaggio della Tuscia antica in età romana, ci sono di aiuto gli scrittori del passato: tra questi Strabone, che scrive in età giulio-claudia, nei decenni finali del I secolo a.C., e Plinio il Giovane, che descrive il territorio dell'Etruria tiberina (Epistole, V, 6, 7 ss.) alla fine del I secolo d.C.: essi ci trasmettono un'immagine assai simile all'odierna, con coltivazioni, vigneti ed uliveti in cui talvolta sorgono piccole casupole di tufo dal tetto di legno e tegole, o ancora grandi ville rustiche di proprietari terrieri più o meno importanti.

La provincia di Viterbo può oggi vantare un limitato e circoscritto impatto delle attività umane sull'ambiente, dato che la produzione agricola e l'allevamento sono stati la principale fonte economica fino a pochi decenni orsono.La Tuscia può quindi vantare un paesaggio "a mosaico" con aree sottoposte a colture intensive, boschi, aree a pascolo, orti e vigneti. Nel territorio sono pressoché assenti insediamenti o attività ad alto impatto paesistico ed ambientale.



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