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Approfondimenti dalla Tuscia Viterbese ( )

I prodotti della pasticceria e da forno della Tuscia Viterbese
I prodotti delle pasticcerie e dei forni della Tuscia Viterbese rappresentano sicuramente una espressione secolare delle feste e ricorrenze religiose, in quanto proprio in queste occasioni si mangiavano cibi più elaborati e ghiotti.
L'elemento cardine dei prodotti a marchio Tuscia Viterbese è rappresentato dalla modalità artigianale con la quale si svolgono le produzioni, a partire dalla lavorazione dalle materie prime in entrata nel laboratorio. A tal fine l'iscrizione all'apposito Albo degli artigiani alla Camera di Commercio di Viterbo rappresenta il presupposto indispensabile per poter divenire licenziatario del Marchio collettivo Tuscia Viterbese. Tra i dolci e i diversi prodotti da forno del marchio Tuscia Viterbese, molti fanno parte dell'Elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali.

Le descrizioni che seguono sono tratte dal libro "Tuscia a Tavola" VI edizione 2005 di Italo Arieti - Primaprint editori in Viterbo

I DOLCI DELLA FESTE
Il dolce della tradizione gastronomica della nostra regione non era certo un alimento di uso quotidiano, infatti, la preparazione di queste ghiottonerie era sempre legata ad una festività, che nel passato rappresentava l'unica occasione per mangiare più abbondantemente e, soprattutto, piatti più elaborati e più costosi, che i miseri bilanci di quel tempo non permettevano di usare quotidianamente.

LE FESTE PASQUALI
Durante il periodo pasquale nella Tuscia sono di scena le pizze di Pasqua, un dolce tradizionale, frutto della maratona pasquale delle donne di casa, una vera settimana di passione, che iniziava, fazzoletto in testa, spazzolone in mano e niente elettrodomestici, con le famose pulizie pasquali, che comprendevano, lo spostamento dei pesanti mobili, il lavaggio dei tendaggi, la pulizia a fondo di ogni angolo della casa e la lucidatura della batteria di pentole di rame, utilizzate per la cottura di queste famose pizze. Il Giovedì Santo, completate le pulizie, seguiva una visita ai Sepolcri, addobbati con vasi di pallido grano, fatto crescere nel buio completo della cantina, a simboleggiare la triste oscurità del Sepolcro, e poi di nuovo al lavoro per preparare le pizze.
In questo caso, alla fatica necessaria per impastare per ore ed ore quattro, sei o anche otto chilogrammi di farina insieme a varie dozzine di uova ed altri ingredienti, andava aggiunta l'ansia per l'incertezza del risultato, poiché le complesse fasi del lavoro, dovevano terminare nell'ora precisa dell'appuntamento con la fornaia.
Quando questa lievitazione ritardava tutta la famiglia entrava in crisi, per cui si escogitavano i mezzi più vari per accelerare questo processo, inserendo nella madia lumini ad olio, pentole di acqua calda, scaldaletti con la brace e altro. Due giorni durava la fatica, ed il riposo non giungeva neanche la sera, poiché durante la notte bisognava sorvegliare la regolarità del processo di lievitazione e sostituire, eventualmente, il fuoco nei bracieri. Poi il mattino l'ultima emozione, quella dell'attesa del ritorno dal forno; quando finalmente le pizze arrivavano, alte e lucenti, a riempire le case con il loro profumo caratteristico, l'atmosfera pasquale era completa, e un sorriso sereno e soddisfatto si affacciava nel volto della padrona di casa.
Il sabato mattina, dopo il festoso scioglimento delle campane, accompagnato dagli spari delle doppiette, il sacerdote, con a fianco l'inseparabile chierichetto,fornito di bussola per le offerte in denaro e del canestrino per l'offerta delle uova, iniziava il giro per impartire la benedizione alle case e alle cibarie, disposte nel tavolo su una bianca tovaglia, dove erano stati disposti i salumi, le uova decorate, l'agnellino e tutte le Pizze, che la padrona di casa mostrava orgogliosa.
Così santificate, erano pronte per essere gustate nella tradizionale colazione del giorno di Pasqua, al ritorno dalla santa messa, insieme al capocollo, alle uova sode ed alla caratteristica coratella di abbacchio. Spesso questo lauto pasto si concludeva con una bella tazza di cioccolata calda, nella quale si inzuppavano i tradizionali panini da zuppa. Per i ragazzi, con la pasta delle pizze, si preparavano dei dolci raffiguranti pupazzi rudimentali con un uovo al centro della pancia, oppure un grosso topo; per le bambine si confezionavano le colombe o le borsette con il manico (la scarsella); a Barbarano si faceva una piccola pizza a forma di tronco di cono rovesciato che prendeva il nome di pingola, termine con il quale si identificava lo stornarello.
Questi piccoli dolci destinati ai bambini venivano però conservati a parte per poterli consumare nella tradizionale scampagnata del Lunedì di Pasquetta, quando tutto il paese si raccoglieva festoso in una località, fornita possibilmente di un grande prato, dove i bambini ed adulti si abbandonavano con allegra spontaneità ai giochi fanciulleschi della mosca cieca, del salto con la corda, dell'acchiapparella e così via. Le ragazze e i ragazzi, approfittando della confusione, si appartavano da soli per cui nascevano vari detti, carichi di un evidente doppio senso.
A Viterbo si diceva infatti "andiamo a rompere la scarsella a Bagnaia", mentre più esplicativa era l'allusione ad un simbolo fallico.

I DOLCI DELLE FESTE PATRONALI.
Nei vari paesi della Tuscia, durante le celebrazioni della festa del santo Patrono o in quella di S. Antonio Abate, ancora oggi si preparano dei dolci caratteristici, chiamati ciambelline o biscotti, seguiti dal nome del santo festeggiato. In alcuni casi prendevano nomi diversi come i maritozzi di S. Romano a Nepi, il pane di S. Anselmo a Bomarzo, i panini di S. Antonio a Valentano, le staffe per S. Antonio a Barbarano, i panmariti dolci di Vetralla a Natale. Queste usanze risalgono molto indietro nel tempo, perché si riallacciano alla tradizione degli antichi pani rituali, come dice Camporesi, uno studioso delle tradizioni popolari, il quale afferma che "la ciambella fa parte di uno dei più diffusi generi di pani festivi rituali". Per questi motivi si possono trovare contemporaneamente ciambelle o biscotti sia dolci che salati. Oggi in gran parte della Tuscia quelli non dolci sono stati abbandonati quasi completamente, anche se continuano ad essere presenti in qualche località dove si svolgono manifestazioni folcloristiche a scopo turistico. Al contrario, le ciambelle dolci all'anice, anche al di fuori delle feste patronali, sono facilmente reperibili come prodotto artigianale locale, sempre fresco, per cui vorremmo consigliarle per la prima colazione o la merenda , al posto dei numerosi prodotti industriali del commercio, poiché abbiamo constatato di persona con quanta cura, igiene, freschezza di ingredienti e assenza di conservanti, queste ciambelle vengono preparate nei forni della nostra provincia.

Brani tratti dal volume "Tuscia a Tavola" VI edizione 2005 di Italo Arieti - Primaprint editori in Viterbo

L'artigiano civitonico fa il salto di qualità finendo nei volumi mondiali di cultura.
Mastro Cencio è sull'enciclopedia

Ed ora l'artigiano civitonico finisce sull'enciclopedia. Vincenzo Dobboloni nel darne notizia non sta nella pelle. Si tratta di "Ceramiche d'Italia" della casa editrice Il Cigno. Ma chi è Vincenzo Dobboloni? Classe '58 e nativo di Rignano Flaminio, meglio noto nella città delle ceramiche come Mastro Cencio, è uno dei depositari della nobile arte della lavorazione artigiana. Come la tradizione impone svolge la sua attività in una bottega, lontano dai riflettori e restio alla ribalta, posta nel cuore del vecchio agglomerato urbano a pochi passi dal Forte Sangallo e dal Duomo cosmatesco. Un angusto spazio dove ciascun manufatto diventa abile creazione. Una passione, per il suo mestiere, che ha radici profonde. Un amore, per la ceramica e le imitazioni, che trae ispirazione dai sogni di bambino. La scintilla che si rivelò decisiva: da adolescente, allorquando un artista del posto donò a suo padre la copia di una statuetta antica in ceramica. Una folgorazione. Fu quello il momento in cui decise cosa fare da grande. Una dote supportata da spiccate attitudini che Vincenzo rivelò sin da piccino: la riproduzione dei personaggi dei fumetti costituiva il suo passatempo preferito. Mastro Cencio, quindi, specializzato in copie d'autore. Gli utensili di epoche passate, sono gli oggetti che stuzzicano, in particolar modo, la sua creatività. E la perfezione dei suoi manufatti è tale da aver attratto l'attenzione della televisione e della carta stampata. Ed ora la sua arte verrà tramandata ai posteri, con merito, vista la citazione che di diritto merita in alcune enciclopedie. Attualmente coopera con altre aziende artigiane nel settore della ceramica e delle bomboniere; restaura ceramiche antiche; produce anche trompe l'oeil e affreschi in stile. La sua produzione è griffata "Tuscia Viterbese". (da Nuovo Corriere Viterbese del 20.02.2010)

Se vuoi conoscere la produzione artistica di Mastro Cencio visita il sito

Alcune informazioni sulle castagne della Tuscia

Superficie coltivata in provincia 2.800 ettari
N° aziende castanicole in provincia 2.000 aziende circa
Produzione provinciale tra i 40.000 e i 65.000 Q.li
La produzione provinciale è il 30% di quella regionale e l'8% di quella nazionale
Comuni interessati: Canepina, Vallerano, Viterbo, Caprarola, Soriano, Carbognano, Ronciglione, Vignanello, Capranica. Circa il 70% della superficie totale è però concentrata nei comuni di Canepina Vallerano e Viterbo.Canepina: 756 ettari n. aziende 355
Viterbo: 395 ettari n. aziende 296
Vallerano: 414 ettari n. aziende 268
Caprarola: 393 ettari n. aziende 265
Soriano nel Cimino: 227 ettari n. aziende 238
Ronciglione: 241 ettari n. aziende 69
Carbonano: 127 ettari n. aziende 137
Il 50% della superficie castanicola provinciale è concentrata in aziende con più di 20 ettari di S.A.U.
Nella provincia di Viterbo sono diffuse diverse qualità.
Il marrone primaticcio, dalle discrete caratteristiche organolettiche e gustative è diffuso soprattutto nei Comuni di Carbognano e Vallerano.
Il marrone fiorentino comunemente definito "marrone" ha ottime caratteristiche organolettiche ed una buona resistenza alla lavorazione industriale. E' piuttosto diffuso in tutto il territorio provinciale.
La castagna, anche questa è diffusa in tutto il territorio vocato ed ha buone caratteristiche organolettiche e di lavorazione industriale.

LA DOP CASTAGNA DI VALLERANO
Aziende attualmente assoggettate al piano di controllo DOP Castagna di Vallerano:
n. 38 Conduttori
n. 2 Confezionatore
per una superficie di circa Ha. 103

I vini della Tuscia: produzioni di qualità e commercializzazione

Grazie a condizioni climatiche e morfologiche favorevoli fin dalla civiltà degli Etruschi nella provincia di Viterbo è viva l'arte della coltivazione della vite e della vinificazione, che si è radicata a tal punto sul territorio da divenire come uno dei comparti di eccellenza dell'agroalimentare della Tuscia Viterbese.
Nel corso degli anni i vini della Tuscia si sono conquistati un posto d'onore perché i produttori hanno scelto una missione precisa: la qualità. Una scelta condivisa e promossa dalla Camera di Commercio di Viterbo che ha istituito il marchio collettivo Tuscia Viterbese con l'intento di dare più impulso alla valorizzazione dei prodotti tipici e in particolare alla ricchezza vinicola, espressione di un territorio che è riuscito a conservare il sapore delle cose buone e genuine.
In base alle risultanze emerse a seguito del 5° Censimento Generale dell'Agricoltura effettuato nel 2000, la provincia di Viterbo risulta avere 4.933,41 ettari di superficie agricola utilizzata destinata alla coltivazione della vite, che rappresentano 16,7% di quella regionale e lo 0,7% nazionale.
I vitivinicoltori sono oltre 12 mila e nel 2007 la coltivazione ha interessato complessivamente 4.600 ettari, in cui sono stati raccolti 460mila quintali di uva e il vino prodotto è stato di 340mila ettolitri, pari a circa il 20% della produzione regionale. Le colture vitivinicole inoltre contribuiscono per il 2,6% della produzione lorda vendibile della provincia di Viterbo.
Ciò che qualifica la produzione vitivinicola della Tuscia è il livello qualitativo raggiunto e testimoniato dalla presenza di ben 7 vini a Denominazione d'Origine Controllata (DOC) e tre a Indicazione Geografica Tipica (IGT) per un volume produttivo nel 2007 con oltre 81mila quintali di uva, e 57mila ettolitri di vino pari, a oltre il 20% della produzione vinicola complessiva espressa dal territorio.

SITUAZIONE ALBO VIGNETI AL 31.03.2009

VINI D.O.C.AL 3/2009

Superficie produttiva (denunciata)
ettari (Ha)

Superficie iscritta
ettari (Ha)

N.
iscritti
Aleatico di Gradoli
15.61.72
22.20.29
47
Colli Etruschi Viterbesi
173.82.33
323.89.61
343
Est!Est!!Est!!!
343.70.62
402.90.74
554
Orvieto
156.99.07
192.25.95
111
Tarquinia
58.95.25
81.57.59
63
Vignanello
51.17.53
84.54.65
116
Cerveteri
0
0 0.92.00
2
TOTALE
800.26.52
1108.30.83
1.236

 

VINI I.G.T. AL 3/2009

Superficie produttiva (denunciata)
ettari (Ha)

Superficie iscritta
ettari (Ha)

N.
iscritti
Colli Cimini
77.00
348.21.42
552
Lazio
358.20.38
787.68.83
436
Civitella d'Agliano
25.73.01
55.49.61
10
TOTALE
384.70.39
1191.39.86
998

ISCRITTI ALBO IMBOTTIGLIATORI: 47 di cui circa 22 richiedenti certificazioni sui vini a D.O.C.

DATI CERTIFICAZIONE VINI D.O.C.

ANNO 2007
ANNO 2008
VENDEMMIA 2007
VENDEMMIA 2008
N. CAMPIONI
67
57
N. COMMISSIONI DI DEGUSTAZIONE
11
11

VINO CAMPIONATO (in Hl. per annata di produzione)
I dati dell'annata 2008 non sono definitivi, in quanto la certificazione è ancora in corso.

33.972,35
26.623,50

Descrizione dei vini D.O.C.

Est! Est!! Est!!! di Montefiascone. Il nome evoca tradizioni e leggende, ma la storia di questo vino è da sempre legata alle sorti e alla cultura del territorio da cui prende il nome.
Splendidamente adagiati sulle pendici del lago di Bolsena, i terreni forniscono uve per vini fini, eleganti, ma anche bene strutturati ed armonici.
Nell'uvaggio, particolarmente interessante è la presenza del "Rossetto" un ecotipo del Trebbiano giallo che ne esalta la tipicità. L'Est! Est!! Est!!! di Montefiascone sta dimostrando di non rappresentare solo la tradizione, ma anche la capacità di seguire e interpretare l'innovazione.
Ottimo per antipasti, primi piatti con pesce, pesce fritto di mare e di lago.

Aleatico di Gradoli. Vino unico nel panorama enologico laziale, esclusivamente da uve Aleatico 100%, se ne produce poco ed è prezioso.
L'ambiente di coltivazione è quello particolarissimo dei territori dei comuni di Gradoli, San Lorenzo Nuovo, Grotte di Castro, Latera, affacciati sul lago di Bolsena.
Il vitigno, la natura dei terreni, ma soprattutto il microclima permettono al vino di acquisire caratteri di singolarità.
Di colore rosso granato con tonalità violacee, ha odore finemente aromatico, pieno, armonico.
Prodotto nelle tipologie dolce, liquoroso e liquoroso riserva, si abbina a pasticceria secca e a dolci alle nocciole tipici del viterbese. Anche da meditazione.

Orvieto. Vino dal cuore umbro con radici nel Lazio.
I territori di Castiglione in Teverina, Civitella d'Agliano, Graffignano, Lubriano e Bagnoregio rappresentano la porzione laziale dell'Orvieto.
Tra i bianchi più famosi d'Italia, sin da epoche antichissime, ha saputo rinnovarsi migliorando la base ampelografica con un apprezzabile aumento della cultivar Grechetto e di altri autoctoni minori come il Verdello e Reguccio.
Giallo paglierino più o meno intenso, dall'odore delicato e gradevole, è prodotto nelle tipologie secco e amabile anche con la qualificazione superiore.
Indicato come aperitivo o con piatti di verdure di stagione, carni bianche, formaggi freschi.

Colli Etruschi Viterbesi. Nell'ampia area dei Colli Etruschi Viterbesi sono compresi territori che spaziano tra il mare e i monti Cimini, comprendendo laghi come quelli di Bolsena e di Vico. Il territorio, in parte si sovrappone anche ad altre DOC della Tuscia.
La caratteristica saliente dell'ampia gamma di vini possibili è rappresentata dalla presenza di produzioni monovitigno sia di carattere internazionale che autoctono. Le numerose tipologie che il territorio riesce ad esprimere, sono molto legate alle caratteristiche varietali dei viitgni: Procanico; Grechetto, Rossetto, Moscatello, Violone, Canaiolo, Merlot.

Vignanello. Prodotto in alcuni comuni dei monti Cimini, dove la coltivazione della vite si alterna a noccioleti e boschi.
L'origine della viticoltura in questa zona risale all'epoca etrusca, ma lo sviluppo maggiore si è avuto nel periodo "viterbese" dei Papi.
Per la produzione del bianco troviamo la Malvasia del Chianti e il Trebbiano Toscano ma anche il Greco, mentre, per il rosso, il Ciliegiolo e il Sangiovese in diverse proporzioni, oltre a vitigni minori. Si abbina bene a zuppe e minestre di cereali, arrosti e carni in genere.

Tarquinia. Prodotto nei territori che vanno da Roma e Viterbo a quella che molti chiamano bassa Maremma o Maremma laziale, può essere bianco, a base di Trebbiani e Malvasie, o rosso, con uvaggio di Sangiovese, Montepulciano e Cesanese.
I territori di origine sono molto ampi, per cui vanno individuati i versanti collinari migliori.
La storia è quella etrusca, la tradizione maremmana, la tecnica viticolo-enologica quella che meglio si adatta al variegato e composito ambiente pedoclimatico dell'intera area.
Vini di pronta beva per i bianchi, più complessi i rossi se affinati in legno.

Cerveteri. Le sue origini si ritrovano nella documentazione archeologica e artistica che accompagna la storia e il mito degli Etruschi.
La morfologia del terreno in colline digradanti verso il mare e la particolare ventilazione delle brezze rendono il territorio particolarmente vocato alla coltivazione delle vite.
Il bianco è robusto, sapido, intenso, di buona alcolità. Adatto a primi piatti con salse e a pesci di mare arrosto o al sale.
Il rosso è particolarmente intenso, i vitigni Montepulciano e Sangiovese, sapientemente in uvaggio con Cesanese, permettono a questo vino di sopportare pratiche di affinamento che ne esaltano le caratteristiche.
Ottimo con carmi ovine alla griglia o al forno.

Alle DOC si aggiungono 3 vini che hanno il riconoscimento di Indicazione Geografica Tipica (IGT): Lazio, Colli Cimini, Civitella d'Agliano.

IL RUOLO DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI VITERBO

La Camera di Commercio di Viterbo detiene l'Albo dei Vigneti D.O.C. ed Elenco delle Vigne (IGT). L'Albo dei Vigneti è un albo pubblico in cui sono iscritti i terreni coltivati a vite dai quali si ottengono i vini a denominazione di Origine (DOC) e IGT (indicazione geografica tipica). La provincia di Viterbo è la zona di produzione dei vini "Est!Est!Est!!! di Montefiascone", "Orvieto", "Aleatico di Gradoli", "Vignanello", "Tarquinia", "Colli Etruschi viterbesi", "Cerveteri".
L'iscrizione a tale Albo è obbligatoria qualora i conduttori dei terreni intendano commercializzare le uve o il vino utilizzando la Denominazione di Origine. Le imprese vinicole, a seguito della vendemmia, sono tenute alla denuncia delle uve, a fronte della quale la Camera di Commercio provvede a rilasciare apposita ricevuta.
I vini prodotti nel rispetto delle vigenti normative previste per la designazione e presentazione delle DOC e degli specifici disciplinari di produzione, nella fase della produzione, secondo le norme UE, ai fini delle rispettive denominazioni di origine, devono essere sottoposti ad una preliminare analisi chimico-fisica e ad un esame organolettico. L'Ente provvede al prelievo dei campioni di vino DOC da sottoporre alla Commissione di Degustazione, di cui tiene la segreteria.
Sempre in materia enologica, la Camera tiene l'Elenco dei Tecnici Degustatori, l'Elenco degli esperti Degustatori dei vini a DOC della provincia di Viterbo e l'Albo degli imbottigliatori dei vini DOCG, DOC e IGT.

L’oro verde della Tuscia

La leggenda vuole che un giorno le piante si riunirono per eleggere il loro re. Dopo aver a lungo discusso, tutte si trovarono d'accordo nello scegliere l'ulivo, ma questi rifiutò rispondendo: "È troppo importante la missione che Dio mi ha assegnato per il bene dell'Umanità perché io possa occupare il mio tempo nelle cure del Governo".
Nella provincia di Viterbo la coltura dell'olivo deve la sua importanza alla diffusione capillare, sia in termini territoriali che aziendali, ma soprattutto al suo radicamento socio-culturale che fin dal tempo degli Etruschi le prime coltivazioni.
Con oltre 20mila ettari di oliveti, pari al 6,9% della superficie agricola provinciale e al 18,9% della superficie ad oliveti del Lazio, la provincia di Viterbo rappresenta una realtà importante in ambito nazionale, soprattutto in riferimento agli elevati standard qualitativi raggiunti. La coltura olivicola incide per circa il 6% sul totale della produzione lorda vendibile provinciale con un volume di affari di 25-30 milioni di euro, mentre a livello regionale la produzione pesa per il 21%. Grazie al lavoro sapiente e alla fatica di donne e uomini che hanno puntato tutto sulla qualità nei sistemi di coltivazione, raccolta e frangitura, la filiera dell’olio d’oliva nella Tuscia ha raggiunto un ottimo livello di organizzazione. Tutto ciò ha permesso all’intero territorio provinciale, di per sé già favorito da madre natura per caratteristiche geologiche e climatiche, di essere considerato tra le realtà italiane di maggiore pregio per la produzione dell’olio extravergine di oliva. Caratteristiche uniche che hanno portato nel 1998 al prestigioso riconoscimento di Olio extravergine di oliva di Canino DOP (Denominazione di Origine Protetta), a cui si è aggiunto nel 2006 l’Olio extravergine di oliva Tuscia DOP.

Tuscia, terra di nocciole

La produzione corilicola conferma di anno in anno l’acquisita posizione di preponderanza della provincia di Viterbo in ambito nazionale. La crescita di questo settore avuta nel corso degli anni 70 e 80, è stata succeduta dal consolidamento negli anni 90 e i dati più recenti confermano questa tendenza.
La particolare posizione geografica e la qualità del prodotto finito, unite alla tradizionale esperienza maturata in questo mercato nel corso degli anni, rendono la Tuscia il centro di produzione più importante d’Italia sia in termini di quantità che di estensione agraria dedicata alla coltura.
Oltre a ciò il mercato delle nocciole assume un ruolo fondamentale all’interno dell’economia viterbese sia in termini lavorativi che di produzione di ricchezza.

LA PRODUZIONE

In Italia la superficie destinata alla produzione di nocciole è concentrata principalmente in 4 regioni: Piemonte, Lazio, Campania e Sicilia.
All’interno di quest’ultime è possibile rintracciare le province che tradizionalmente si dedicano al settore (Cuneo, Viterbo e Roma, Avellino e Napoli, Messina). Esse costituiscono da sempre, infatti, le zone in cui è più diffusa la coltivazione rappresentando più dell’80% dell’intero terreno nazionale destinato a questo uso.
Dal punto di vista varietale troviamo che la Tonda Gentile Romana è la più rappresentata negli impianti della provincia di Viterbo, con una quota di circa il 90%. Risulta molto apprezzata dalle industrie di trasformazione per le maggiori garanzie di uniformità del prodotto. Tale varietà inoltre presenta una buona adattabilità a diverse condizioni ambientali e pedoclimatiche.
Le altre cultivar, presenti sempre nella provincia, rappresentano il restante 10% degli impianti e sono il Nocchione e la Tonda di Giffoni, che assolvono anche alla funzione di impollinatori.
Le superfici di produzione della nocciola, dopo una fase di progressiva espansione (per tutti gli anni 70), hanno avuto una generale diminuzione per tutti gli anni 80. Ciò è stato soprattutto causato dal crollo verificatosi nelle province campane (Avellino e Napoli), non compensato dalla costante espansione avutasi nella provincia di Viterbo, che è continuata fino agli inizi degli anni ’90 stabilizzatasi, poi, nel corso dell’ultimo decennio. Questo fenomeno ha profondamente modificato l’assetto nazionale di diffusione della coltura, localizzandola prevalentemente nel Lazio e in particolare nella provincia di Viterbo.
La produzione di nocciole a livello nazionale segue un andamento simile a quello descritto precedentemente. Anche se nel valutare questi dati è da tenere presente l’influenza rappresentata dalle rese annuali, si nota il costante aumento delle quantità prodotte in provincia di Viterbo. Dal 1970 in cui la produzione della Tuscia rappresentava soltanto 11,6% di quella nazionale, si è arrivati al 2001 ad una quota pari al 31,8%, con un incremento medio ogni dieci anni pari a quasi il 55%.
Nessuna provincia italiana ha fatto registrare un tasso di crescita così alto. La sola zona di Cuneo ha aumentato la produzione, mentre le altre province più importanti hanno ridotto progressivamente la quota sul totale.
In particolare, nella Tuscia, la superficie agricola destinata alla produzione di nocciole, a tutto il 2000, rappresenta il 14,3% del totale, ponendosi come terzo tipo di coltivazione più diffusa dopo il grano duro (41,4%) e olivo (17,4%). Ma il ruolo più importante è quello assunto da questo comparto nell’economia viterbese, coinvolgendo più di 8.000 famiglie e 30 comuni ed in 15 di essi la nocciolicoltura è l’attività produttiva prevalente.

COMUNI % SULLA SUPERFICIE AGRICOLA UTILIZZATA
Bassano Romano 28,1
Calcata 58.0
Canepina 31.5
Capranica 77.5
Caprarola 71.0
Carbognano 78.0
Corchiano 55.2
Fabbrica di Roma 49.5
Faleria 64.1
Ronciglione 51.5
Soriano nel Cimino 40.1
Sutri 26.2
Vallerano 63.0
Vasanello 53.6
Vignanello 74.2


La superficie delle piantagioni, prossima ai 18.000 ha, fornisce una produzione media annua di 40.000 tonnellate che rappresenta il 5% di quella mondiale.
L’elevata specializzazione produttiva ha dato vita, in particolar modo nel corso degli ultimi 20 anni, ad un indotto particolarmente dinamico come testimonia la nascita di diverse Associazioni di produttori e la presenza di ditte specializzate nella costruzione di macchine per la raccolta e nella trasformazione e commercializzazione del prodotto.

I DATI DEL MERCATO
I produttori sono soprattutto raggruppati in grandi Associazioni che svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione del mercato, soprattutto per quanto riguarda la concentrazione dell’offerta e il miglioramento del prodotto.
Le organizzazioni associative hanno accorpano le cooperative di produttori già esistenti sul territorio. In provincia di Viterbo sono attive tre Associazioni; l’ASSOFRUTTI di Caprarola (I^ associazione riconosciuta a livello nazionale), l’APRONVIT, che ha riunito le cooperative di Capranica e di Fabbrica di Roma e l’APNAL di Ronciglione.
Le Associazione contribuiscono all’integrazione verticale della filiera, ed operano fino ai primi livelli del canale commerciale.
Inoltre esse ricevono, a seguito dell’approvazione di uno specifico progetto, contributi ai sensi del Reg. CEE 2159/89. Ciò consente loro di svolgere un ruolo di controllo e di assistenza nei piani di sviluppo e miglioramento del prodotto, conferendo contributi agli agricoltori che, nel perseguimento dei piani di sviluppo adottati, acquistino e distribuiscano i fattori produttivi (in particolar modo antiparassitari), nei modi e nei tempi indicati dalle strutture di assistenza tecnica delle Associazioni stesse.
Il prodotto viene quasi esclusivamente venduto sgusciato e destinato, per almeno il 70% dell’intera produzione mondiale, all’esportazione.
I principali acquirenti internazionali sono rappresentati dalle industrie dolciarie. Si stima che solo il 4% degli scambi totali sia rappresentato dalla nocciola in guscio.

LA FORMAZIONE DEL PREZZO
Il prezzo delle nocciole è notevolmente influenzato dalle transazioni internazionali. L’influenza maggiore sul prezzo è data dalla quantità di produzione immessa nei mercati internazionali dalla Turchia, che da sola rappresenta il 70% dell'offerta mondiale.
Insieme ad altri Paesi produttori, come l’Italia, la Spagna e l’Oregon (USA), si stima che la produzione dell’anno possa raggiungere circa 800 – 850.000 tonnellate di produzione.

IL SOSTEGNO DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI VITERBO
La Camera di Commercio di Viterbo è intervenuta a favore del settore costituendo nel 1990 il Centro Studi sull’Economia del Nocciolo, e realizzando studi e ricerche che poi sono stati oggetto di pubblicazione in una collana di “Quaderni”, incentrata sugli aspetti del mercato e della struttura produttiva del settore corilicolo nella provincia.
Nel corso delle riunioni del Comitato del Centro Studi era già stato individuato, come obiettivo finale delle attività di studio e di ricerca, la redazione di un disciplinare di prodotto da sottoporre agli organi di controllo nazionali ed europei. Tale traguardo è stato raggiunto nell’anno 2001. Si è costituito infatti, presso la sede della Camera di Commercio, un Comitato tecnico di lavoro che ha redatto, in stretta collaborazione con le predette Associazioni di produttori, un disciplinare finalizzato all’ottenimento del riconoscimento DOP per la nocciola del viterbese. Proprio il mese scorso per la “Nocciola Romana” è arrivato dal Ministero per le Politiche Agricole la Denominazione Transitoriamente Protetta, ultima fase prima del riconoscimento comunitario DOP. In tal senso alla Camera di Commercio di Viterbo è stata designata autorità pubblica di controllo.
Il Centro Studi e Ricerche del Nocciolo e Castagno – ubicato presso la sede del CeFAS-Azienda speciale della Camera di Commercio – è dotato di laboratorio di ricerca gestita dal Dipartimento per la Protezione delle Piante dell’Università della Tuscia. Il Centro è gestito da un Comitato tecnico scientifico costituito da rappresentano dell’Università della Tuscia, delle Associazioni di Produttori, dalle Associazioni di Categoria, il CeFAS, la Comunità Montana dei Cimini, la Provincia. Questo Comitato ha ottenuto l’assegnazione del 7° congresso mondiale sul nocciolo che si terrà dal 23 al 27 giugno 2008 a Viterbo.

Nocciola Romana a un passo dal riconoscimento DOP

Il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali nei giorni scorsi ha designato la Camera di Commercio di Viterbo quale Autorità Pubblica di Controllo, incaricata di svolgere le funzioni previste dall'art. 10 del Regolamento CE n. 510/06 per la Denominazione "Nocciola Romana" (Decreto n. 37/80 del 12.05.2008, pubblicato sulla G.U. n. n. 122 del 26.5.2008), transitoriamente protetta a livello nazionale con Decreto del 21.11.2007.
"Si tratta di un altro tassello importante prima del riconoscimento europeo di DOP per le nostre nocciole - dichiara Ferindo Palombella, presidente della Camera di Commercio di Viterbo - con la possibilità di ricadute molto positive dal punto di vista economico per una fetta di territorio molto ampia e per tantissimi produttori".
Con tale designazione diviene operativo il Piano di Controllo, il Tariffario e la Modulistica approvati precedentemente dalla Giunta camerale (delibera n. 4/20 del 17.4.2008 e disponibile per i produttori sul sito: www.vt.camcom.it).
Le domande di assoggettamento da parte delle aziende interessate, eccezionalmente per il 2008, dovranno pervenire entro e non oltre il giorno 30 giugno, all'Ufficio Agricoltura dell'Ente camerale, ubicato nella sede del CeFAS, in viale Trieste n. 127 - Viterbo.
Per ulteriori informazioni: Sandro Magrino - Paolo Farnia tel. 0761.324196 / Fax 0761.345974 / e-mail: sandro.magrino@vt.camcom.it paolo.farnia@vt.camcom.it

 

 

 


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